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Buon Natale a tutti i miei amici non credenti!

© Natalia Deksbakh/SHUTTERSTOCK
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di Mauricio Artieda

Mario Benedetti era uno scrittore uruguayano. Diceva che la sua religione era la sua coscienza, e che l’unica prova affidabile dell’esistenza di Dio era l’aiuto che aveva dato a Maradona per fare un gol con la mano contro gli inglesi a Messico ’86. Era quindi un tipo divertente, un grande scrittore, non molto credente. Nel suo romanzo più famoso, La Tregua, tuttavia, il personaggio principale, Martín Santomé, un uomo con dubbi sulla fede (come lo stesso Benedetti) che compie una riflessione sulla natura di Dio che mi è piaciuta molto e mi è sembrata assai opportuna da condividere questo Natale. Eccola:

“Sono rare le volte in cui penso a Dio, ma ho una base religiosa, un’ansia di religione. Vorrei convincermi del fatto che possiedo una definizione di Dio, un concetto di Dio. Ma non possiedo nulla di simile. Sono rare le volte in cui penso a Dio, semplicemente perché il problema mi trascende talmente che arriva a provocarmi una sorta di panico, uno sbandamento generale dalla mia lucidità e dalle mie ragioni. ‘Dio è la Totalità’, dice spesso Avellaneda. ‘Dio è l’Essenza di tutto’, dice Aníbal, ‘quello che mantiene tutto in equilibrio, in armonia. Dio è la Grande Coerenza’. Sono capace di comprendere entrambe le definizioni, ma nessuna di queste è la mia definizione. È probabile che siano giuste, ma il Dio di cui ho bisogno non è questo. Ho bisogno di un Dio con cui dialogare, un Dio in cui possa cercare rifugio, un Dio che mi risponda quando lo interrogo, quando lo tormento con i miei dubbi. Se Dio è la Totalità, la Grande Coerenza, se Dio è solo l’energia che mantiene vivo l’Universo, se è qualcosa di così incommensurabilmente infinito, cosa gli può importare di me, un atomo malamente attaccato a un insignificante pidocchio del suo Regno? Non mi importa di essere un atomo dell’ultimo pidocchio del suo Regno, ma mi importa che Dio sia alla mia portata, mi importa afferrarlo, non con le mani, è chiaro, né con il ragionamento. Mi importa afferrarlo con il cuore”.

Non c’è molto da spiegare. Forse l’aspetto più bello di tutto è che questo testo sia uscito dalla penna di uno scrittore ateo; di qualcuno che, pur senza credere, percepisce la nostalgia di abbracciare, toccare, sentire Dio con il cuore, coinvolgerlo nella propria vita, raccontargli le cose quotidiane, lottare con Lui, amarlo in modo concreto; è nostalgia del fatto che Dio esista non come perfezione irraggiungibile, ma come fragilità ‘baciabile’ (forse un bambino?); in altre parole, se me lo permettete, è l’ansia che Dio diventi Natale.

È vero o no che Dio si è fatto uomo? Ora non va discusso. L’aspetto bello, quello che commuove, è che probabilmente non c’è cuore che, sincero con se stesso, non aneli al mistero del Natale. Buon Natale a tutti i miei amici non credenti!

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Mauricio Artieda è peruviano e ha studiato Giurisprudenza e Filosofia. Attualmente studia Scienze della Comunicazione a Roma. Da tre anni è insegnante di religione cattolica.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

 

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

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