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Il Congresso dei rappresentanti cattolici cinesi e il “nodo” dell’indipendenza

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di Gianni Valente

 

Il IX Congresso dei rappresentanti cattolici cinesi, in programma – salvo sorprese dell’ultima ora – appena dopo Natale, si prefigura sempre più come un momento importante per misurare i primi effetti della ripresa dei contatti Cina-Vaticano sulla condizione del cattolicesimo cinese.

Da ambienti ecclesiali cinesi filtrano indiscrezioni sui nomi a cui il Congresso – massima istanza della politica religiosa del governo cinese nei confronti della Chiesa cattolica locale, formato anche dai delegati delle diocesi registrate presso l’amministrazione statale – affiderà le cariche degli organismi ufficiali (Associazione patriottica e Consiglio dei vescovi, organismo non riconosciuto come Conferenza episcopale dalla Santa Sede) che sovrintendono la vita della Chiesa cattolica in Cina. Viene dato per certo che i vescovi Giuseppe Ma Yinglin (non riconosciuto dalla Santa Sede) e Giovanni Fang Xinhyao saranno confermati rispettivamente come presidenti del Consiglio dei vescovi e della Associazione patriottica (Ap). A loro due dovrebbe essere affiancato, con compiti di direzione organizzativa, Giuseppe Shen Bin, 46 anni, consacrato nel 2010 vescovo di Haimen con il mandato pontificio e il riconoscimento del governo. Un vescovo, quindi, in piena comunione con il Papa, in procinto di essere cooptato nella gestione degli organismi “patriottici” che dalle autorità civili: perché gli apparati governativi di Pechino sanno bene che un vescovo ordinato senza mandato o consenso papale non viene riconosciuto come capo della comunità dal corpo ecclesiale.

A segnare il clima, nell’imminenza del IX Congresso, ha contribuito non poco la dichiarazione diffusa lunedì scorso dal direttore della Sala stampa vaticana Greg Burke, dove si chiariva che in merito allo svolgimento di tale incontro «la Santa Sede attende di giudicare in base a fatti comprovati». Una sospensione di giudizio, che non esprimeva per i vescovi cinesi espliciti richiami a non partecipare all’Assemblea, pur ricordando la posizione «nota da tempo» della Santa Sede circa questo tipo di evento, che implica «aspetti della disciplina e della dottrina della Chiesa». In pratica, la Santa Sede si è espressa in piena continuità con la linea da essa ordinariamente assunta rispetto ai precedenti congressi dei rappresentanti cattolici cinesi. Solo nel 2010 si era registrato uno scarto rispetto al tradizionale modus operandi vaticano nei confronti delle periodiche convocazioni di quell’organismo della politica religiosa cinese: quell’anno, la Commissione sulla Chiesa cattolica in Cina – organismo consultivo istituito da Benedetto XVI per studiare idi problemi della cattolicità cinese, senza essere mai formalmente investito funzioni esecutive a nome della Santa Sede – aveva emesso un comunicato per richiamare i vescovi cinesi a non partecipare all’assemblea, inclusa implicitamente tra i «gesti (quali, ad esempio, celebrazioni sacramentali, ordinazioni episcopali, partecipazione a riunioni) che contraddicono la comunione con il Papa».

La dichiarazione diffusa lunedì scorso da Greg Burke ha riferito anche che la Santa Sede «comprende e condivide il dolore» provocato tra i cattolici cinesi dalla partecipazione del vescovo Paolo Lei Shiyin, ordinato illegittimamente senza il consenso del Papa, alle recenti liturgie d’ordinazione di due nuovi vescovi cinesi. Riguardo a vescovo illegittimo citato, la nota vaticana ha aggiunto anche che «la sua posizione canonica è ancora allo studio della Sede Apostolica», e ha evitato ogni riferimento a pene canoniche provocate dalla sua ordinazione priva di mandato apostolico da parte del Papa. Le espressioni della dichiarazione vaticana su questo punto risultano chiare solo se si tiene conto del dato che Lei Shiyin ha riconosciuto l’errore commesso accettando di essere ordinato vescovo in forma illegittima, e questo ha permesso di avviare il processo per la sua riconciliazione con la Sede Apostolica.

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