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Le “resistenze” curiali e il rischio del “funzionalismo”

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Del discorso alla Curia romana pronunciato da Francesco la mattina di giovedì 22 non vanno dimenticati i passaggi nei quali il Papa documenta, anche con abbondanti note a piè pagina, che il fine della Curia «è quello di collaborare al ministero proprio del Successore di Pietro», quindi di «sostenere il Romano Pontefice nell’esercizio della sua potestà singolare, ordinaria, piena, suprema, immediata e universale». Da san Gregorio Magno alla costituzione «Pastor Aeternus» del concilio Vaticano I, dal decreto «Christus Dominus» del concilio Vaticano II ai discorsi di Paolo VI fino all’introduzione della costituzione «Pastor Bonus» di Giovanni Paolo II, è significativo che l’attuale Successore di Pietro abbia voluto ricordare la natura e l’essenza della Curia. Non un organo di governo centrale sulle Chiese locali. Non un potere burocratico con ministri e ministeri che finisce per rendere meno agevole la vita delle comunità cristiane sparse nel mondo, ma una struttura di servizio al Papa e alla sua missione, che agisce sempre e soltanto in nome e con l’autorità del Vescovo di Roma, aiutandolo concretamente nel ministero.

A qualcuno potrebbero sembrare sottolineature ovvie, persino superflue. Ma se si guarda la storia recente della Chiesa, e anche quella dell’attuale pontificato, non è così. Molti Papi del Novecento hanno dovuto fare i conti con le «resistenze» curiali. Basti ricordare quelle del cosiddetto «partito romano» nei confronti di Giovanni XXIII e di alcune sue aperture, o ancora quelle che cercavano di frenare l’applicazione delle riforme conciliari con Paolo VI. Certamente sarebbe incongruo e perfino ideologico catalogare come «resistenza» qualsiasi posizione dialettica, diversità di opinioni, di vedute, o il mancato accordo sul come ottenere certi risultati. O, ancora, timori per possibili fraintendimenti di certi passi che il Papa intende compiere. Francesco spiega nel discorso che le resistenze, anche quelle considerate «malevole» – perché mosse non da sincera volontà di comprendere, di porre domande vere o di far presente rispettosamente le proprie obiezioni – sono comunque un segno di vitalità, e «meritano di essere ascoltate, accolte e incoraggiate a esprimersi».

La novità resasi sempre più evidente in questi tempi è però un’altra. In passato le divergenze rimanevano quasi sempre confinate nel rapporto personale tra il Pontefice e i suoi collaboratori, cioè coloro che agiscono in suo nome e per la sua autorità. O venivano affrontate nei concistori e nelle riunioni interdicasteriali, senza emergere pubblicamente. C’era, cioè, un modo condiviso di intendere e vivere il servizio reso al Papa nella Curia romana. È ben noto, ad esempio, che il più leale, il più preparato e il più longevo dei collaboratori di Papa Wojtyla in Vaticano, il cardinale Joseph Ratzinger, avesse avuto in qualche raro caso idee non del tutto coincidenti con il Pontefice. Non è più un mistero, ad esempio, che Ratzinger temesse possibili fraintendimenti della riunione interreligiosa di Assisi dell’ottobre 1986, il gesto profetico di Giovanni Paolo II. Ma non si troveranno interviste, libri, saggi (i giornali online e i blog non esistevano ancora) dell’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede che potessero anche lontanamente suonare come una presa di distanze dal Papa del quale è stato sempre fedele servitore.

Certo, si potrebbero ad esempio citare come possibile precedente, nell’anno 2000, le dichiarazioni pubbliche del cardinale australiano Edward Idris Cassidy, presidente del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani e della Commissione per il dialogo con l’ebraismo, critico verso lo stile della dichiarazione «Dominus Iesus», pubblicata a firma di Ratzinger dall’ex Sant’Uffizio. Cassidy sottolineò che non si trattava di un testo a firma del Pontefice. Anche l’allora segretario e futuro presidente del dicastero, Walter Kasper, parlò di «problema di comunicazione». Intervenne Giovanni Paolo II, per spiegare, pubblicamente, di aver ispirato, voluto e approvato il documento. Mentre per quanto riguarda il motu proprio di Benedetto XVI che aveva liberalizzato la messa preconciliare, le critiche pubbliche arrivarono da diversi vescovi – ci fu anche una rispettosissima presa di distanze da parte dall’arcivescovo emerito di Milano, il cardinale Carlo Maria Martini – ma non si ricordano critiche pubbliche da parte di collaboratori curiali.

In ogni caso, tutto ciò non è facilmente sovrapponibile a quanto accaduto negli ultimi tre anni e mezzo. In una recente intervista con Vatican Insider, il Sostituto della Segreteria di Stato, Angelo Becciu, ha parlato dei «principi che mi sono sempre stati insegnati dalla sana tradizione della Chiesa: come umile collaboratore del Papa, sento il dovere di dirgli lealmente il mio pensiero quando è in fase di elaborazione una decisione. Una volta che è stata presa, io obbedisco totalmente al Santo Padre. L’unità della Chiesa, per la quale Gesù ha sudato sangue e ha dato la vita, viene prima delle mie idee, pur belle che siano. Quelle vissute in disubbidienza hanno rovinato la Chiesa».

C’è poi un altro passaggio significativo nel discorso di Bergoglio che evidenzia luci e ombre di un processo riformatore sempre a rischio di scadere nel «funzionalismo»,  che può essere considerato una forma di resistenza ancora più subdola ed esempio di «gattopardismo». «Non basta una formazione permanente – ha spiegato il Papa – occorre anche e soprattutto una conversione e una purificazione permanente. Senza un mutamento di mentalità lo sforzo funzionale risulterebbe vano». Senza conversione, senza sguardo autenticamente evangelico, le riforme strutturali si riducono a slogan e anche il messaggio di Francesco può venire ridotto a nuove parole d’ordine che hanno soltanto sostituito quelle vecchie senza che niente cambi veramente. I rischi concreti del funzionalismo e dell’efficientismo non sono affatto alieni all’attuale stagione riformatrice che si vive in Vaticano.

 

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