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E se il diavolo fosse necessario all’opera di redenzione di Dio…

Pixabay CC

Dimensione Speranza - pubblicato il 18/12/16


Evocando la «tentazione di Gesù nel deserto», la genialità semplificatrice di Gregorio riassume meglio di tutti gli altri Padri della Chiesa la portata teologica di questo scambio: «Bisogna inoltre sottolineare ciò che segue: quando il diavolo lo ebbe lasciato, gli angeli lo servirono. Questo fatto mostra proprio l’esistenza di due nature nella sua unica persona. Egli è uomo, perché è tentato dal diavolo; egli è Dio, perché è servito dagli angeli. Sappiamo dunque riconoscere in lui la nostra natura, perché se il diavolo non avesse visto in lui l’uomo, non lo avrebbe tentato. Veneriamo in lui la sua divinità, perché se non fosse stato Dio al di sopra di tutto, mai gli angeli lo avrebbero servito». Non pago di far valere la divinità di Gesù, il diavolo confuta tutte le eresie di coloro che vorrebbero negare la doppia natura di Cristo. In quest’analisi, Gregorio non fa del resto che seguire i commentari di Tertulliano e di Origene: primo confidente della divinità di Cristo, primo rivelatore della divinità del Figlio, il demonio è anche il primo degli eretici. «Sotto il vello di questo agnello si cela un lupo»: è vero del diavolo come di Basilide lo gnostico, di Marcione e di Valentino lo gnostico, tra gli altri. Tutti hanno dato lo stesso ordine e una pietra si è mutata per loro in pane.

Il diavolo fa anche dell’esegesi, constata Origene nelle sue Omelie su Luca, ma legge troppo in fretta, s’impadronisce del senso letterale senza capire. Egli ha certamente letto i libri santi, non per diventare migliore, «ma per uccidere per mezzo del senso letterale quelli che sono amici del solo senso letterale». Mosso dalla sua gelosia, egli confonde il Figlio di Dio e gli angeli, cita le Scritture, in particolare i Salmi, a sproposito, senza veramente capire, nella speranza che, lontano dal Padre, Gesù si lascerà ingannare. Su questo punto Origene è chiaro: il diavolo indovina con chi ha a che fare, ma vuole farlo inciampare per meglio abusare degli uomini. Dove lo spirito rischiarato dalla luce della fede riconosce che il Demonio dice, suo malgrado, la verità, non bisogna tuttavia pensare che il Diavolo abbia capito quello che lui stesso diceva, o quello che diceva Gesù. Convinti, almeno a partire da Ignazio di Antiochia, che «il Salvatore aveva deciso di lasciare che il diavolo ignorasse l’economia della sua incarnazione», i Padri si ostinarono a difendere un punto di vista che gli episodi evangelici ricordati rendono paradossale: «Tentato dal diavolo – conclude Origene – Gesù non gli rivelò in alcuna occasione la sua filiazione divina». Non cessò di tacerla. Ciò che non gli impedì di proferirla, come il mentitore, che dice la verità. In realtà, nel mondo demoniaco succede come dappertutto: ci sono gradi di conoscenza e di sapere come vi sono gradi della non conoscenza. Quando il demonio del Vangelo di Matteo (8,29) protesta: «Tu sei venuto qui per tormentarmi prima del tempo, noi sappiamo che tu sei il Figlio di Dio», Origene è allora costretto a concludere: «È il più piccolo nella malizia che ha riconosciuto il Salvatore; il più grande nella colpa […] non ha potuto riconoscerlo». In conclusione, per l’apologetica bisogna concludere che il diavolo dice la verità senza sapere che l’ha detta e senza capirla. La questione in seguito sarà di sapere se gli sarà perdonato perché non sa né quello che fa né quello che dice.

(da Il Mondo della Bibbia, 74)

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