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Perché l’ira è considerata un peccato se anche Gesù si arrabbia?

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Come si giustifica che anche nostro Signore perse la pazienza contro i mercanti che profanavano il Tempio?

So che l’ira è un peccato, e che non ci si deve arrabbiare. Però nel Vangelo leggiamo che Gesù scacciò i mercanti dal tempio rovesciando i tavoli. In alcune occasioni quindi anche l’ira può essere giustificata?

Lettera firmata


Risponde don Stefano Tarocchi, Preside della Facoltà teologica dell’Italia centrale.

Il racconto cui si riferisce la lettrice si trova in tutti e quattro i Vangeli. In Giovanni l’episodio viene collocato all’inizio dell’attività pubblica di Gesù, in occasione di una festa di Pasqua. Gesù «fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto [nel Salmo 69,10]: “Lo zelo per la tua casa mi divorerà” (Gv 2,15-17). È allora ai Giudei chiedono a Gesù: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?» (Gv 2,18)», questi risponde con un’affermazione inaudita: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». È l’occasione per evidenziare l’incomprensione dei Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?».

L’evangelista spiega ai suoi lettori che Gesù non si riferiva al tempio erodiano «ma parlava del tempio del suo corpo». E conclude: «Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù».

Lo stesso Vangelo di Giovanni interpreta questo episodio come un segno, tanto che «mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome». E si aggiunge che «Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo» (Gv 2,19-25).

Nei primi tre Vangeli, i Vangeli Sinottici, l’episodio del tempio è invece collocato al tempo ministero di Gesù in Gerusalemme nei giorni avanti la sua passione: «entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e quelli che compravano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si trasportassero cose attraverso il tempio. E insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le nazioni? Voi invece ne avete fatto un covo di ladri». Così in Marco 11,15-17 e nei racconti paralleli di Matteo e Luca.

L’evangelista registra che «lo udirono i capi dei sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire»: una delle molte situazioni in cui questo accade nel Vangelo. E aggiunge: «avevano paura di lui, perché tutta la folla era stupita del suo insegnamento» (Mc 11,18).

Marco riporta solo al giorno seguente la conclusione dell’episodio, a differenza di Matteo e Luca che collocano l’episodio in solo giorno: «Andarono di nuovo a Gerusalemme. E, mentre egli camminava nel tempio, vennero da lui i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani e gli dissero: «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farle?». Ma Gesù disse loro: «Vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi». Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. Diciamo dunque: “Dagli uomini”?». Ma temevano la folla, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse veramente un profeta. Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo». E Gesù disse loro: «Neanche io vi dico con quale autorità faccio queste cose» (Mc 11,27-33).
In sostanza appare, sebbene espressa in modi diversi la domanda a Gesù sul senso di quello che ha compiuto: nessuno sembra mettere in discussione il fatto in sé. Si è parlato perciò di “purificazione del tempio”, che Gesù compie per liberare lo spazio franco di quest’ultimo, quello in cui erano ammessi anche i pagani, o “gentili”, che non potevano essere ammessi oltre una certa soglia, pena la morte. »

Quindi non dobbiamo vedere nel gesto di Gesù un’azione provocata dalla rabbia, né tanto meno dall’ira – nell’Antico Testamento anzi, Dio è descritto come colui che è «lento all’ira»! –  , ma il gesto del profeta inviato dal Signore per ristabilire la sacralità del luogo dove Dio ha posto la sua dimora: «mi divora lo zelo per la tua casa, gli insulti di chi ti insulta ricadono su di me (Salmo 69,10). Quindi una vera e propria “gelosia” di Gesù per la casa del Signore, nei confronti di chi si è approfittato del luogo per farne un covo di ladri: d’altra parte, è ancora il Vangelo di Giovanni a dirlo, verrà «l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre» (Gv 4,21).

Anche Marco, Matteo e Luca, richiamando dal canto loro le parole del profeta Isaia, aprono ad una dimensione universale per il luogo in cui ci si trovava, il monte di Dio e il tempio: «Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi, quanti si guardano dal profanare il sabato e restano fermi nella mia alleanza, li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera. I loro olocausti e i loro sacrifici saranno graditi sul mio altare, perché la mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli» (Is 56,6-7).

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