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I Copti di nuovo nel mirino

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Torna la violenza contro la comunità Copta in Egitto. Dopo un periodo di relativa calma seguito alle turbolenze estive (tra maggio e luglio scorsi si sono moltiplicati uccisioni, ferimenti e distruzioni di case, chiese e proprietà appartenenti ai cristiani) che avevano spinto il patriarca Tawadros II al clamoroso gesto della sospensione delle tradizionali catechesi settimanali e il presidente Abdel Fattah al Sisi a ricevere il papa copto nel suo palazzo per un appello alla «pace e alla saggezza», si riaffaccia con estrema recrudescenza la brutalità estremistica. Nella chiesa di San Pietro e Paolo, nel quartiere cairota di Al-Abassiya, a pochi metri dalla cattedrale di San Marco – residenza del Patriarca – è stato piazzato un ordigno artigianale che è scoppiato nel corso della Messa domenicale, facendo 25 morti, in gran parte donne e bambini, e decine di feriti. 

Da sempre profondamente integrati nella società egiziana, i 10 milioni di Copti – 10% circa della popolazione, la più grande comunità cristiana dell’area – vivono dallo scoppio delle primavere arabe uno stato di terrore permanente dovuto al susseguirsi di attentati e aggressioni a persone e proprietà. Un fenomeno mai registrato con tanta virulenza, che mette in costante pericolo una storica convivenza con le altri componenti della società. 

«Siamo profondamente addolorati – dichiara sul profilo Facebook ufficiale della Chiesa Copta d’Egitto il portavoce del Patriarca – per quanto scatenato da questo atto di terrorismo contro fedeli innocenti e preghiamo per i martiri e i feriti». Poi, continuando sulla linea di sostanziale appoggio al Presidente e sottolineando la lealtà della Chiesa verso la nazione aggiunge: «La Chiesa egiziana chiede a tutti di perseverare nell’unità nazionale». Al Sisi ha immediatamente condannato l’attacco e dichiarato lutto nazionale per i prossimi tre giorni mentre lo sceicco Abdel-Karim Allam, gran Mufti d’Egitto, ha avuto parole molto dure contro gli esecutori dell’attentato: «Attaccare chiese, distruggerle, uccidere le persone che vi sono all’interno o terrorizzare individui… sono tutti atti fortemente proibiti dalla Sharia». 

Ma cosa c’è dietro questa nuova, feroce esplosione di violenza? Come intende rispondere il Presidente alle nuove ondate terroristiche (venerdì 9 dicembre due bombe sono esplose al Cairo e a Kafr El-Sheikh uccidendo sei poliziotti e un civile mentre si moltiplicano scontri nella penisola del Sinai)? E come reagirà la comunità Copta? Per provare a trovare risposte ai tanti interrogativi Vatican Insider ha raggiunto al telefono il giornalista e blogger Mina Fayek (@minafayek). 

Mentre parliamo sono in corso i funerali al Cairo, com’è la situazione?  

«Le esequie si svolgono nella chiesa di St Mary, Cairo est, presso Nasr City. Sono state spostate lì ufficialmente per motivi di sicurezza, ma la chiesa non riesce a contenere tutte le persone accorse per assistere alla funzione e al momento ci sono molte proteste di centinaia di individui che vorrebbero partecipare ma sono tenuti fuori. Ai funerali partecipa anche il Presidente, e la tensione è molto alta. Da ieri si sono verificate manifestazioni spontanee di moltissima gente che chiede le dimissioni del Presidente e del ministro dell’Interno. È un segnale nuovo e molto duro». 

In che senso?  

«Fino a oggi la comunità Copta, su input delle gerarchie che sono ancora terrorizzate da un ritorno al potere dei Fratelli musulmani, si è mostrata molto leale al presidente. Ma tra gli slogan che si sentono in questi giorni emerge molta delusione: da anni abbiamo dato molto, abbiamo mantenuto la calma tra i nostri ma non abbiamo avuto nulla in cambio. Inoltre, veniamo generalmente considerati cittadini di “serie B”, nessuno può aspirare a ruoli nel governo, la pubblica amministrazione, a polizia, l’esercito. La rabbia monta da tempo nella nostra comunità e all’indomani dell’attentato è esplosa. Ripeto, mi sembra un elemento nuovo nella sua attuazione e, soprattutto, nella sua portata». 

Come sta affrontando il governo la questione degli attacchi settari e le violenze anti-minoranze?  

«Solo con misure di sicurezza. A ogni attentato c’è un giro di vite, vengono arrestate delle persone, si vedono più poliziotti e militari nelle strade ma non esiste un discorso culturale, educativo, di prospettiva. Non ci sono politiche che investano sulla scuola, sui giovani perché i principi della convivenza divengano effettivi, reali. Per come la vedo io, non c’è una visione per manifesta incapacità di gestione politica». 

Secondo lei chi c’è dietro gli attentati?  

«Tutti fanno riferimento ai due movimenti vicini ai Fratelli musulmani, Hassm e Lewaa Al Thawra, che hanno eseguito e rivendicato gli attentati contro la polizia la scorsa settimana. In realtà, in questo caso non c’è stata ancora alcuna rivendicazione e i due movimenti si sono dichiarati estranei. Dalle indagini dell’ultima ora risulterebbe essere stata una donna l’esecutrice dell’attentato: sarebbe entrata nella sezione femminile della chiesa e avrebbe depositato l’ordigno. Un metodo molto strano, inedito, che aprirebbe scenari fin qui mai visti. In ogni caso al momento si fanno solo ipotesi. Tra queste, la più ridicola, diffusa da alcuni media ed esperti della sicurezza filo-governativi, sostiene che l’attacco sia stato opera della comunità Copta per protestare contro il Presidente». 

Cosa ci si deve aspettare adesso?  

«Non mi aspetto molto dal governo e quindi credo ci saranno altri attacchi per Natale e per il nuovo anno. La gerarchia della Chiesa continuerà a essere leale, ma nella comunità c’è una crescente rabbia e temo che sfocerà anch’essa in atti anti-establishment. Mi sembra molto significativo che ieri dalla chiesa in cui c’è stato l’attentato, la polizia sia stata cacciata dai fedeli». 

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