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Il Natale di Francesco, Giotto e Bergoglio

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Quest’anno Papa Francesco ha scelto per gli auguri natalizi l’immagine della natività di Giotto affrescata nel transetto destro della Basilica inferiore di Assisi nel 1313 circa. L’affermazione biblica che vi appone dietro è quella di Isaia 9,5: ci è stato dato un figlio… il Principe della pace. 

È come se ci dicesse che contemplare il mistero natalizio significa cogliere da esso pensieri, sguardi e gesti di pace. Bergoglio ha guardato ad Assisi perché Francesco è stato colui che ha inventato il presepe.  

Il biglietto di auguri di Papa Francesco con testo e firma  

In quella notte del 1223 il Santo volle “rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato” affinché potesse nascere nel cuore di ogni uomo. È come se l’Assisiate dicesse: ti accorgi di Dio? La grammatica della tua vita con il suo mangiare, bere, maritarsi, impegnarsi ha una regola, un principio, una fonte? Senza di essa è come essere naufraghi.  

La natività proposta è tratta da quel capolavoro, da quello scrigno che viene denominato la “Bibbia dei poveri”, chiamata così perché permetteva attraverso la catechesi dell’affresco di portare la Buona Novella, non solo ai grandi e ai potenti, ma anche e soprattutto ai semplici e agli illetterati. È quello che desiderava il Santo. Nell’affresco colpisce la rappresentazione con due bambinelli. Il motivo sta, alla luce di una lettura spirituale, nell’esprimere la natura di Cristo umana e divina. Quella dimensione umana ’tratta’ dal divino che ha caratterizzato l’annuncio dei francescani. 

Il lato divino Giotto lo racconta attraverso il blu che splende nella notte di Betlemme. L’artista sfonda, allarga, dilata la sua narrazione mentre essa procede in riquadri e per ordine, come le antiche tradizioni; il figlio di Bondone è consapevole di raccontare una storia vera, non una favola. È tutto così potente e allo stesso tempo tranquillo. Elimina gli effetti speciali e la svolta è data dall’uso del blu, un colore che cattura, commuove, prende chiunque. Pellegrino o turista, entrando nelle basiliche giottesche ne è affascinato. Questo pigmento ha lo stesso splendore dell’oro, ma è più reale: sono blu le volte stellate, i cieli di tutte le scene. È blu il mantello di Maria. Un colore profondo, luminoso e soprattutto regale e reale. Scrive Giuseppe Frangi: “Egli lo dava a secco, cioè a calce asciutta, perché il pigmento dell’azzurrite non legava con la calce. È forte quel blu, ma anche tremendamente fragile. Si sfarina sotto il lavorio dell’umidità e dell’inquinamento. La pietra che, macinata, lo produceva veniva dall’Afghanistan, ed era scoperta recente, tanto è vero che greci e romani non sapevano come produrre il blu”. Il primo che adoperò tale tecnica fu Cimabue, maestro di Giotto, che aveva sorpreso tutti. Esempio ne è la chiesa di san Domenico a Bologna. Uno spiraglio che è servito a Giotto per spalancare nel cielo di Assisi un cielo prezioso e terso, che sa di eterno. Un cielo felice che getta sulle scene una luce radiosa, rendendole pure, senza scorie e colmando gli spazi di eterna profondità. 

Tutto questo per avvicinare l’uomo alle verità che sta raccontando, una verità che emerge da sguardi e gesti tutti puntati su Gesù: è la pupilla spalancata, curiosa e saziata di Giotto. 

A Papa Francesco interessa proporre per questo Natale tre gesti “terribilmente umani” perché impegnativi e “dolcemente umani” perché possibili e sono quelli delle due levatrici che nell’affresco stanno accanto al bambino che: abbracciano, fasciano e sostengono. È il racconto dell’evangelista Luca a cui fa riferimento Giotto: il gesto semplice e amorevole della levatrici. 

Abbracciare è parabola umana. Si tratta di considerare l’altro non un estraneo, ma “pezzi” di umanità che mi appartengono. Il gesto del fasciare richiama la necessità di lenire le sofferenze dell’altro, la sofferenza della fame perché si è chiamati ad allattare; la sofferenza del freddo, di chi è costretto a lasciare la casa natia. Infine sostenere la fragilità di un corpo. È qui che siamo chiamati a farci presenza. È qui che siamo chiamati a percepire, attraverso i nostri gesti, il Dio con noi. È il Natale. 

La scena proposta si staglia tra due punti topografici: la grotta e il campo dei pastori. Due luoghi provvisori, vissuti da seminomadi, da pastori. Due residenze provvisorie, due località misere, due segni di quotidiana miseria, che diventano il centro della Speranza. E sono queste periferie che vorrebbe nuovamente affrescare, affinché l’uomo si possa accorgere di Dio attraverso i gesti semplici della vita quotidiana. 

*Direttore della sala stampa del Sacro Convento di Assisi e del mensile San Francesco Patrono d’Italia 

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