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Indonesia, se l’accusa di blasfemia è un’arma politica

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«I fedeli musulmani si sono riuniti e hanno pregato nel parco del monumento nazionale di Giacarta. Il loro manifestare è stata la preghiera. Siamo molto felici di come sia andata. Anche il presidente Joko Widodo, obiettivo politico indiretto dei manifestanti, è andato lì e ha pregato. Una mossa intelligente per disinnescare la miccia dell’uso della fede in politica». La chiave di lettura di Antonius Hariyanto, sacerdote cattolico che cura la pastorale giovanile per i vescovi indonesiani, è tutta qui: l’attuale attacco al governatore cristiano di Giacarta, Basuki Tjahaja Purnama detto «Ahok» – motivo per cui il 2 dicembre oltre 200mila musulmani sono scesi in piazza nella capitale, invocandone l’arresto per presunta blasfemia – è un tentativo di strumentalizzare l’islam a fini puramente elettorali.

Lo sforzo delle istituzioni, del presidente Widodo, delle Chiese e della società civile indonesiana è invece quello di sottrarre l’islam a quanti intendono farne strumento di contesa politica: «Se alcuni cittadini, di qualsiasi fede, hanno da ridire sulla qualità della democrazia in Indonesia che, ricordiamo, è piuttosto giovane, possono farlo liberamente e pacificamente, come avvenuto il 2 dicembre. Il dissenso è legittimo, l’importante è che resti entro i binari della legalità e dello stato di diritto», ribadisce Hariyanto.

«I manifestanti hanno pregato e parlato senza violenze. Questo è un passo avanti», rileva Hariyanto, ricordando la prima manifestazione del 4 novembre, in cui i dimostranti, condotti in piazza da gruppi estremisti, hanno chiesto con forza l’incriminazione per blasfemia del governatore Ahok.

«In questa fase politica – prosegue il Sacerdote – occorre un impegno congiunto di istituzioni, leader e organizzazioni musulmane, minoranze religiose, per togliere terreno ai gruppi radicali. Il loro attacco è motivato politicamente. Essi stessi sono manovrati dalle opposizioni politiche», argomenta «e cercano soprattutto di influenzare i giovani».

Infatti, aggiunge, «Ahok è persona onesta, lavora sodo ed è un ottimo uomo politico, impegnato per il bene comune. Non ha commesso blasfemia, l’accusa è pretestuosa. È un modo per eliminarlo dalla corsa al ruolo pubblico di governatore».

L’accusa di blasfemia gli viene contestata dopo che, in un suo discorso, Ahok aveva citato un versetto del Corano, ricordando il legittimo diritto a votare per lui, a discapito di quanti sostenevano che, secondo il «Sacro libro», solo un musulmano può guidare altri musulmani.

Ma il versetto 51 della sura Al-Maidah, citato da Ahok, spiega lo studioso islamico Ismatu Ropi, direttore del centro studi «Islam e società» nell’Università Syarif Hidayatullah a Giacarta, va inserito nel quadro dei consigli dispensati ai fedeli nell’ambito del rapporto con cristiani ed ebrei.

Il versetto, ricorda Ropi, va contestualizzato e storicizzato: si riferisce a un tempo in cui la comunità musulmana era perseguitata dalle tribù arabe, nonché da comunità cristiane ed ebraiche. «Il versetto va compreso nel contesto di una fase in cui i musulmani dovevano rafforzare la propria identità religiosa».

Inoltre, il versetto 51 «è fortemente correlato ai versi precedenti che forniscono indicazioni sul rapporto dei musulmani con altri gruppi religiosi» e non può essere isolato, ricorda.

Sta di fatto che questa vicenda – il governatore verrà processato in diretta tv – sembra cruciale per il futuro dell’Indonesia contemporanea. Ed è sintomatica dell’uso politico dell’islam nell’arcipelago.

L’Indonesia, spiega sulle colonne del quotidiano Strait Times Leo Suryadinata, analista indonesiano dell’Istituto di studi del sudestasiatico, con sede a Singapore, sta entrando in una sorta di «guerra ideologica» che vede confrontarsi i riformisti – rappresentati da presidente Joko Widodo e dal governatore Ahok – e i «poteri forti» guidati dall’ex presidente Susilo Bambang Yudhoyono e dall’altro candidato alla presidenza, Prabowo Subianto. Questi ultimi utilizzano l’islam militante come mezzo per contrastare i riformisti. Il caso costruito contro il governatore di Giacarta e la protesta del 4 novembre sono specchio fedele di questa lotta.

Non che si voglia davvero instaurare uno stato musulmano, spiega Suryadinata, ma intanto «si fa un uso spregiudicato dei gruppi islamici radicali e della blasfemia per la propria agenda politica: stanno giocando la carta islamica, senza pensare che la situazione può sfuggire di mano».

Molti cittadini indonesiani, afferma Suryadinata, non sono in grado di decifrare questa intricata lotta di potere, mentre «si può facilmente capire lo slogan, tutto ideologico, di un braccio di ferro tra islam e forze anti-islam», approccio estremamente distorto sulla questione.  
 

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