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Chesterton e il dilemma dell’uovo e della gallina

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Annalisa Teggi ci accompagna alla scoperta del maestro della meraviglia e del paradosso

A Gilbert Keith Chesterton è dedicato il nuovo libro della collana Uomovivo, ispirata allo scrittore inglese: “Siamo tutti fuori. Viaggio nel paese delle meraviglie di G. K. Chesterton” di Annalisa Teggi (Berica editrice). Il libro è un vero e proprio omaggio che la traduttrice dei suoi testi – in veste di autrice – rivolge al maestro della meraviglia e del paradosso attraverso un “viaggio” nelle sue opere.

Annalisa Teggi racconta nel suo blog come è nata la sua “storia” con Chesterton che, come spesso capita con i grandi amori, non è cominciata con un colpo di fulmine, ma…

«Mi ricordo bene quel giorno, era il 26 Dicembre del 2008 e rientravamo a casa da Milano, dopo aver festeggiato il Natale a casa coi nonni. (…)e io ricevetti quella benedetta telefonata. Il lungimirante e paterno editore Walter Raffaelli mi chiamava per chiedermi una cosa che mi fece molto arrabbiare; mi aveva promesso di pubblicare un libro su Dante (promessa poi ampiamente mantenuta), ma voleva che io mettessi da parte il progetto per dedicarmi ad altro: tradurre un’opera di G. K. Chesterton. Conoscevo solo di nome Chesterton e dopo quella telefonata mi diventò molto antipatico, perché giungeva all’improvviso a dare un calcio nel sedere al mio amato Dante».

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DOPO L’ANTIPATIA… VIENE LA PASSIONE

Dal 2008 l’autrice ha tradotto 11 libri di Chesterton, e come scrive nell’introduzione… «Alla tenera età di 32 anni ho cominciato la scuola elementare. Sono trascorsi otto anni da allora e la sto ancora frequentando, se Dio vuole spero di rimanerci fino all’ultimo istante di vita».

Nel libro la Teggi ci prende per mano e ci accompagna alla scoperta delle opere di Chesterton raccontandoci di letteratura e di vita, compresa la sua, ricca di nuovo sapore da quando si è immersa nelle parole del maestro inglese.

«È corretto dire, come afferma il proverbio su Maometto e sulla montagna, che non sono stata io ad andare a scuola, ma è stato il maestro elementare a venire da me. Ho cominciato a tradurre le opere di Gilbert Keith Chesterton senza sapere nulla su di lui. Mi sono tuffata a capofitto nei suoi libri in modo discontinuo, disordinato, bulimico, affannoso. L’entusiasmo è andato di pari passo allo stordimento, perché per la prima volta in vita mia ogni sillaba pronunciata da lui aveva sapore. Anzi, non solo aveva sapore in sé, ma dava sapore ai miei giorni».

LE MADRI FANNO MALE LE COSE CHE VALE LA PENA FARE

Annalisa Teggi racconta che nell’affrontare l’opera “Cosa c’è di sbagliato nel mondo”, e soffermandosi in particolare su un aforisma che non sapeva bene come tradurre, riuscì invece a centrare il senso del saggio che stava affrontando. Il detto recitava: «if a thing is worth doing, it is worth doing badly», tradotto di solito: “quando c’è qualcosa che vale la pena fare, vale la pena farla male”. Non conoscendo ancora l’anima del suo autore le venne di tradurre quel “badly” con “di brutto”, nel senso di “per davvero”, era una frase relativa al compito educativo delle madri e l’autrice aveva da poco avuto il suo secondo figlio. Quando si accorse di “combattere” con un aforisma celebre, decise di attenersi alle traduzioni ufficiali, e rese il termine con “male” pur continuando a rimuginare sul senso della frase. “Poi, col passare del tempo, mi sono convinta che quell’errore, in fondo, non fosse tale”.

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L’autrice prova a spiegare il perché attraverso la sua esperienza personale di madre, che aveva appena partorito il suo secondogenito.

«In effetti, il primo periodo della maternità è un momento delicato in cui la donna è molto provata. Sebbene se ne parli poco, la depressione post-parto esiste. Io mi accorgevo che, in un momento così cruciale per un neonato, il mio stato d’animo era fragilissimo e la mia energia fisica scarsissima. È stato grazie a quel «badly» che sono riuscita a recuperare una visione positiva della mia depressione: Chesterton intendeva dire che le madri fanno male le cose che vale la pena fare, cioè sono prostrate, eppure sono in grado di adempiere un compito gigantesco. Ci sono, anche se deboli. A volte sbagliano clamorosamente, ma (escludendo i casi patologici) tirano su dei figli sani, fisicamente e mentalmente».

LA FAMIGLIA CUSTODE DELL’IDEALE

Questa consapevolezza fece toccare alla traduttrice il senso profondo dell’opera con cui si stava cimentando, che si può sintetizzare in due aspetti: “1) un ideale è ciò che massimamente sostiene l’uomo nella sua vita privata e sociale, ed è perciò la cosa più pratica che esista; 2) la famiglia è l’unica istituzione che custodisce un ideale sano e pienamente umano”.

L’ideale essenziale su cui si concentra Chesterton è agli antipodi del culto per la meritocrazia, l’eccellenza e l’efficienza che pervade la nostra società, e il cui unico antidoto è rappresentato dalla famiglia. Ne è chiara dimostrazione, come mostra la diretta esperienza dell’autrice, ogni madre che, seppur perennemente stanca, è comunque capace di prendersi cura dei propri figli.

«Il mondo non sta in piedi perché ci sono uomini che sono sempre al massimo delle proprie capacità, ma più semplicemente perché la gente è all’opera tutti i giorni liberamente, coi suoi alti e bassi».

LA METAFORA DEL PRIMATO DELLA GALLINA SULL’UOVO

Chesterton, “giocando” sul dilemma della primogenitura tra l’uovo e la gallina per sostenere ciò che gli stava fortemente a cuore, si schiera apertamente con la gallina in netta contrapposizione con una società che idolatrava ai suoi tempi, e continua ad idolatrare ancora adesso l’uovo.

«Lasciando da parte le complesse questioni relative alla colazione dell’uomo, a livello elementare l’uovo esiste solo per produrre la gallina. Ma la gallina non esiste solo per produrre un altro uovo. Esiste anche per divertirsi, per lodare Dio, perfino per suggerire idee ad un drammaturgo francese. Essendo una forma di vita cosciente, essa è, o sarà, di valore in se stessa. Ebbene, tra i nostri politici moderni domina una fastidiosa dimenticanza; essi dimenticano che la creazione di questa forma di vita felice e cosciente è, dopo tutto, lo scopo di tutte le difficoltà e di tutti i compromessi. Non si parla d’altro che di uomini capaci e di istituzioni efficienti, e questo equivale a dire che noi siamo in grado di pensare alla gallina solo come a quella cosa che produrrà un altro uovo».

Siamo persuasi o meglio ci hanno persuaso, come sottolinea l’autrice, che essere felici non ha valore in quanto tale, ma soltanto se genera effetti favorevoli secondo i canoni economici, civili e psicologici attualmente dominanti.
Incredibilmente manca “(…) l’essenziale, che è invisibile agli occhi – dice Saint-Exupéry. È invisibile perché è fin troppo visibile. L’essenziale è così presente in ogni circostanza, evento e frammento di realtà, che non riusciamo più a vederlo”.

Chesterton con l’ironia e il paradosso ci restituisce, come è avvenuto per l’autrice, la visione e il gusto di ciò che è veramente fondamentale per la nostra vita.

 

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