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Quelle domande di Fidel sull’universo e la fede

Vatican Insider - pubblicato il 02/12/16

«Ci sono molte più qualità nei principi religiosi che in quelli puramente politici, anche se questi ultimi si riferiscono a ideali materiali e fisici della vita. Molte delle opere artistiche più ispirate sono nate dalle mani di persone religiose, un fenomeno di carattere universale». E chi l’avrebbe mai detto che a parlare in questo modo sarebbe stato il líder maximo de la «revolución» cubana, Fidel Castro? L’uomo simbolo del socialismo reale in America Latina, che aveva lasciato la fede cristiana per abbracciare l’ateismo marxista è in qualche modo tornato sui suoi passi. Ma non con una vera e propria conversione, racconta a Vatican Insider il domenicano Frei Betto, teologo brasiliano molto vicino a Castro, con il quale il presidente cubano aveva scritto un libro dedicato al suo rapporto con la religione.  

«Ho incontrato Fidel l’ultima volta lo scorso agosto, in occasione dei suoi novant’anni – ci racconta – e manifestava curiosità e interesse per la religione, anche se non era in atto, per quanto ho potuto constatare, una conversione. Posso escludere che nell’ultima fase della sua vita abbia voluto essere assistito da un sacerdote». Precisato questo, a scanso di equivoci, Frei Betto spiega che la ritrovata attenzione di Fidel per la religione ha un’origine lontana. «Aveva studiato dai gesuiti e dai fratelli di La Salle – aggiunge – come ha voluto ricordare nel suo ultimo articolo, che rimane quasi come un testamento. Da ragazzo frequentava la messa ma poi ha abbandonato il cristianesimo perché la Chiesa del tempo appoggiava le dittature di Salazar in Portogallo e di Franco in Spagna». 

Dopo essere diventato ateo e aver inserito l’ateismo nello statuto del Partito comunista cubano «Fidel si è poco a poco trasformato in un agnostico – dice Frei Betto – così l’ateismo è caduto dallo statuto e il Partito ora è laico. Castro negli ultimi anni era molto interessato alla cosmologia e all’astrofisica. Un giorno gli riferii la battuta che avevo visto nel film sull’astrofisico britannico Stephen Hawking. Il futuro scienziato, all’università, incontra la ragazza che sarebbe poi diventata sua moglie e a lei che gli chiede che cosa sia la cosmologia, aveva risposto: “una religione per atei intelligenti”. Chiesi a Fidel se fosse così anche per lui. Mi sorrise, senza dire nulla». 

Di certo colpiscono le parole affidate all’articolo pubblicato sul quotidiano cubano Granma il 9 ottobre 2016, contenente quell’elogio dei «principi religiosi». È l’ultimo articolo scritto da Castro prima della morte, anche se nel testo, proprio dopo aver citato la religione e specificamente il cristianesimo, l’autore prometteva di comunicare «in un altro momento alcune ulteriori idee» sull’argomento. 

Fidel parlava con stupore e incanto della possibilità di guardare la luce di stelle che ha impiegato dodici miliardi di anni, viaggiando a una velocità di 300mila chilometri al secondo, prima di raggiungerci. «Come è possibile tutto questo?», si chiedeva, mettendo in relazione questo sguardo verso lo spazio e il mistero dell’universo infinito con la religione. «Più in là di questi limiti – concludeva Castro – quello che si conosce ha il sapore delle tradizioni che diversi gruppi umani sono andati forgiando. Di Cristo conosco abbastanza per ciò che ho letto e che mi hanno insegnato nelle scuole rette dai gesuiti o dai fratelli di La Salle, e ho ascoltato molte storie su Adamo ed Eva, Caino e Abele, Noè e il diluvio universale e la manna che cade dal cielo quando a motivo della siccità e di altre cause c’era mancanza di cibo». 

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