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Perché l’aborto è diventato un “dogma”?

© YANN BOHAC / CITIZENSIDE
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Il Parlamento francese dibatte una proposta per limitare la libertà d'espressione

Una campagna simile non è concepita per la prevenzione dell’aborto, quanto piuttosto per la sua promozione, come se non fosse un male da evitare ma una libertà, un bene da possedere. A quale scopo?

Promuovere l’aborto come libertà esprime una scelta filosofica fondamentale: quella del dominio della volontà sull’essere, scelta che risulta essere il fondamento della postmodernità. Questa scelta, per le sue implicazioni, va al di là della questione della regolamentazione delle nascite.

La pratica legale e massiccia dell’aborto trasforma il rapporto della nostra società con la vita umana: lo desacralizza e snatura la procreazione, e in questo modo libera l’essere umano dal suo rispetto superstizioso nei confronti della natura.

L’aborto apre così la via al controllo razionale della vita umana, considerata qualcosa di materiale. L’umanità incrementa la sua facoltà di dar forma a se stessa, è più “padrona e maestra della natura” nel prolungamento del progetto cartesiano.

Pierre Simon, principale artefice della liberalizzazione della contraccezione e dell’aborto in Francia, ha dichiarato nel 1979: “La vita come materiale, questo è il principio della nostra lotta”; “la sua amministrazione ci appartiene”, “come un patrimonio” [1].

Spezzando attraverso l’aborto l’icona del rispetto della vita, la società accede a una nuova “libertà”: la libertà scientifica che porta al dominio della procreazione e della vita, ma anche alla libertà sessuale, favorita dalla contraccezione, ma garantita dall’aborto. Non c’è “libertà” scientifica e sessuale senza l’aborto.

L’aborto condanna la società al materialismo e ci impedisce di considerare, sotto pena di condanna propria, che l’essere umano abbia un’individualità e un’anima da prima della nascita, indipendentemente dal suo stato di coscienza.

Questa condanna del materialismo si percepisce anche come una liberazione che non sarà completa finché l’aborto non sarà del tutto accettato, se possibile.

Così si spiega il rifiuto di ascoltare la sofferenza delle donne che hanno affrontato l’aborto e la volontà di banalizzare questo atto.

La negazione del corpo a beneficio dello spirito

L’aborto è diventato anche un dogma, visto che liberando la sessualità dalla procreazione e la donna dalla “schiavitù della maternità” (Margaret Sanger, fondatrice della pianificazione familiare negli Stati Uniti) questa trasgressione emanciperebbe l’umanità dall’istinto sessuale e riproduttivo e la eleverebbe al di sopra di ciò che resta della sua animalità. In questo modo, l’umanità avanzerebbe nel processo di evoluzione che va dalla materia allo spirito.

L’aborto sarebbe anche necessario perché riduce in grande misura la discendenza delle donne più povere e delle popolazioni meno “evolute”. Conserverebbe così la virtù sociale di eliminare la miseria alla radice.

Il materialismo, il malthusianesimo e poi l’eugenismo sono stati i primi promotori dell’aborto, prima che questo diventasse la bandiera del discorso femminista.

Il vero oggetto del “birth control” non è quindi tanto la pianificazione delle nascite, quando il controllo razionale dell’istinto sessuale, della procreazione e della vita, come vettore del progresso dell’umanità.

Al contrario, le persone che si oppongono all’aborto sarebbero solo idolatri della vita e nemici del progresso, visto che non ammetterebbero che la vita non è altro che materia, anche se la coscienza è spirito, aspetto tipico dell’essere umano e suo unico vero bene.

Questa concezione del progresso deriva dall’istituzione di un’opposizione tra il corpo e lo spirito. Questa dialettica, profondamente ancorata all’immaginario umano, distrugge l’unità umana: la volontà non può, senza sofferenza, volgersi contro il proprio corpo, né sollevarsi contro se stessa.

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