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George Bailey è la personificazione di tutti i nostri demoni e degli angeli migliori

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"La vita è meravigliosa" ci mostra un uomo pieno di difetti che trascende se stesso: in lui riconosciamo la nostra volontà di fare la stessa cosa

Una delle cose più belle di questa stagione è che, puntualmente, qualcuno scrive su La vita è meravigliosa e analizza il complesso – e talvolta oscuro – personaggio di George Bailey.

George Bailey, interpretato magistralmente da James Stewart, non è soltanto un giovane in gamba; sono il buon cuore e la fede a guidare i suoi passi, bilanciando l’amarezza profonda che si manifesta, in tanti modi, nella sua vita. Bailey è un uomo che ha sempre messo da parte ogni sogno per “fare la cosa giusta”, che ha addirittura  — a causa di una vecchia ferita — rinunciato alla dubbia avventura di arruolarsi durante la II Guerra Mondiale. Eccolo lì, a disprezzare se stesso e la situazione in cui si trova, dopo aver gestito in modo responsabile le difficoltà di tanti residenti del suo quartiere.

C’è una scena in cui un pezzo grosso – proveniente da una piccola cittadina – arriva nella sua auto fiammante suonando il clacson all’impazzata, con accanto una donna tirata ancora più a lucido. George Bailey fa una smorfia, ma non perché sua moglie indossi un cappellino da baseball e i due vadano in giro con un vecchio rottame. Bensì perché lei è visibilmente soddisfatta di quel poco che ha: un banale cappellino, una macchina antidiluviana e il buon vecchio George, sempre pronto a sacrificarsi per gli altri, che però avrebbe voluto avere sempre qualcosa in più. Ama sua moglie alla follia, e a lui sta bene ciò che lei vuole; ma perché lei non ha mai desiderato avere niente di più?

La scena si conclude con George che tira un calcio allo sportello della macchina.

George Bailey, un uomo davvero per bene che vive secondo dei valori che nella nostra epoca post-cristiana potrebbero essere considerati “bizzarri”, è profondamente afflitto. Ama molto. Ma odia anche molto. Dove c’è tanta bontà, c’è sempre uno spazio uguale per la malvagità e il caos. Grazie al talento di James Stewart e alla regia di Frank Capra, tutti questi aspetti positivi di Bailey mettono in ombra i suoi difetti. La verità è però che sono proprio i suoi difetti a definirlo, sfidandolo costantemente a trascendere i suoi stessi istinti. Penso che, inconsciamente, vediamo in lui l’essere umano nella sua totalità – nel bene e nel male, con le sue luci e le sue ombre – e ci riconosciamo in lui.

Non c’è dunque da meravigliarsi se facciamo il tifo per lui, se vogliamo che lui vinca. Lui è la personificazione di tutti i nostri demoni, e degli angeli migliori.

Qualche anno fa, in un interessante articolo su First Things, Joe Carter ha paragonato George Bailey all’eroe randiano Howard Roark, chiamando “It’s A Wonderful Life” La sorgente di Bedford Falls:

Entrambi rappresentano l’individuo creativo – ambizioso e di talento – circondato da una mediocrità soffocante. Ma le storie di questi due personaggi si sviluppano in modo drammaticamente diverso. Rand ritrae Roark come un eroe, una sorta di semidio, che si rifiuta di sottomettere il suo egoismo ai desideri della società. Capra, in netto contrasto, ritrae Bailey come un uomo affabile ma pieno di difetti, che diventa un eroe esattamente perché ha scelto di subordinare il suo egoismo alla società.

Entrambi gli uomini soffrono, ma se uno ha sofferto con il mondo intero, l’altro ha sofferto soltanto per se stesso. Solo un uomo permette a Cristo di vivere in lui.

Non possiamo non pensare a George Bailey – e ai nostri cuori – durante le letture di questi giorni:

Certo, ancora un po’
e il Libano si cambierà in un frutteto
e il frutteto sarà considerato una selva.
Udranno in quel giorno i sordi le parole di un libro;
liberati dall’oscurità e dalle tenebre,
gli occhi dei ciechi vedranno.
Gli umili si rallegreranno di nuovo nel Signore,
i più poveri gioiranno nel Santo di Israele-

Continuiamo a meditare con queste parole di San Tommaso d’Aquino:

Il motivo per cui bisogna sperare in Dio è principalmente questo, che apparteniamo a lui come l’effetto alla causa. Dio non fa nulla invano, ma agisce sempre per uno scopo preciso

E infine ricordiamoci questo:

Immagino che la speranza sia l’ultimo dono dato all’uomo, e l’unico dono non dato ai giovani. La gioventù è preminentemente il periodo in cui un uomo può essere creativo, fanatico, poetico; ma la gioventù è il periodo in cui un uomo può essere senza speranza. La fine di ogni vicissitudine è la fine del mondo. Ma la potenza dello sperare attraverso ogni cosa, sapere che l’anima sopravvive alle sue avventure, è una grandiosa ispirazione che giunge durante la mezza età: Dio ha riservato quel vino soave fino ad ora”.
— G.K. Chesterton, Charles Dickens, Last of the Great Men

George Bailey ha impiegato un po’ prima di capirlo. E, probabilmente, anche noi.

[Traduzione dall’inglese a cura di Valerio Evangelista]

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