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Spiritualità

Quando capisci di non essere tanto forte, è il momento dell'abbraccio in cui riposare

Montse PB-cc

padre Carlos Padilla - pubblicato il 02/12/16

A volte non hai bisogno delle parole di Dio, ma proprio di Lui

A volte penso che tutto dipenda da me. Credo di poter fare da solo, senza di Lui, senza la sua presenza.

Leggevo qualche giorno fa: “Quell’impegno di tirare il carro, di compiere, di fare, di essere… che porta solo a inchiodare lo sguardo su uno specchio anziché guardare Dio. A caricarsi – in modo eroico e inutile – dei limiti, impegnandosi a correggerli anziché lasciare che sia Dio a guarire le ferite e ad abbracciare le miserie. Quell’impegno di rendersi forti nella forza anziché ascoltare quella parola che promette che la forza – di Dio – si realizza nella debolezza”[1].

Mi rendo conto della mia debolezza, di quanto io sia fragile.

L’Avvento è un tempo di fragilità. Un uomo e una donna incinta. Senza mezzi, senza risorse. Dio nasce tra gli uomini. Povero, nudo. I desideri brillano in mezzo alla debolezza. Cosa desidera Maria? Cosa desidera Giuseppe?

Quali sono i miei desideri più profondi in questo Avvento?

Tocco la mia debolezza e sogno. Gesù prenderà i miei sogni e li farà suoi. Cosa desidero di più? Penso che queste quattro settimane d’Avvento siano un tempo per guardare il mio cuore. Non ce la faccio solo con il mio carro. Non posso tirarlo da solo. Affrontare la mia vita con le sue difficoltà. Desidero tante cose. Sogno. Ho bisogno. Mendico. Ho bisogno che Dio mi tocchi.


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Cosa viene nel mio cuore all’inizio dell’Avvento? Molte immagini. Sogno e desidero. Credo che l’Avvento sia un periodo di cammini, di angeli. Di un’intimità in cui il cuore si dona. Tempo di notti di dubbi e di ricerche. Tempo di stelle che segnano il cammino. Tempo di bue e di asino, di pastori timorosi. Tempo di Giuseppe che si prende cura di Maria. Tempo di sguardi e di silenzi. Tempo di sogni profondi e veri.

Penso che l’Avvento consista nell’accompagnare Maria nella sua attesa, Giuseppe nel suo amore per Maria ed entrambi nel loro cammino. E lasciare che Dio accetti la mia debolezza come offerta. Il mio dono più grande. Da solo non ci riesco. Voglio andare con loro. Anche se è di notte. È una notte di speranza, di veglia, di tanti desideri che riempiono il mio cuore e mi fanno pensare che non sono solo.

Voglio vivere queste settimane parlando a Dio che sta per arrivare, che viene fino a me. Ora cammino di notte, con Maria e Giuseppe. La luce arriverà. Ma voglio vegliare. Una sola candela si accende e rivela tanta oscurità. Devo aspettare e desiderare. Questo è l’Avvento.

Non voglio che mi colga di sorpresa. Voglio che quando Dio nascerà e riempirà tutto io sia lì con le mani spezzate, la ferita aperta, vuoto di tutto, anelante, felice. Mi metto in cammino. Questa è la mia candela.

Dio mi viene incontro qui, nella mia vita. Viene quando vuole, dove vuole. È il momento del suo abbraccio, del mio riposo. Della luce dopo tanti passi andando a tentoni nella notte.

La candela dell’Avvento è la candela della mia speranza. Tutte le promesse, tutti i desideri, tutta la mia sete troveranno spazio in Gesù, quando verrà, quando nascerà. Voglio guardare il mio cuore. Tanti giorni porto il mio carro da solo. Voglio essere perfetto, fare tutto bene, mi carico troppo. Come un mulo.

Penso al mulo che porta Maria. Voglio essere così. Tutto inizia su quel mulo. In Maria. È il mio Avvento. Dio sa quali sono i miei sogni. Sa cosa sento e cosa mi pesa. Sa quali acque scorrono nei miei mari. Lì Dio inizia a farsi carne. Lì inizia il suo cammino nel mio. Si fa storia dentro di me. La sua storia con me, la nostra storia.

Egli tira il carro. Io riposo. Mi metto in cammino sotto le stelle, con Maria e con Giuseppe. Verso Betlemme. Guardo Maria. Le chiedo di insegnarmi a rimanere in silenzio, a parlare a Dio nel mio cuore, ad accendere le candele.

Ho bisogno di Dio. Il mondo ha bisogno di Dio. Non ha bisogno delle parole di Dio, ma proprio di Lui. E io parlo tanto di Lui, scrivo tanto e voglio tenerlo al mio fianco, nella mia anima. Penso al mio desiderio. Al mio anelito. Voglio vivere queste settimane desiderando, anelando. Sono figlio dell’anelito.

Scelgo di aprire il mio cuore. Dio arriva per tutti. Ma io scelgo. È sempre così. Egli si avvicina e arriva per tutti gli uomini. Alcuni non lo vedono. Lo ignorano.


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Perché io ho fede e lo seguo e altri vogliono uccidere Dio o lo ignorano? Non sono tanto diverso da quelli che non lo seguono, da quelli che non credono. Anche in me, a volte, si annidano l’odio, la rabbia, l’ira. Io scelgo. Faccio un passo per accoglierlo, per riceverlo, per camminare con Lui. Perché qualcosa cambi in me e sia fonte di pace e di speranza.

Non voglio rimanere uguale. Non voglio essere pagano. Voglio scegliere. Non voglio che il Natale arrivi senza che me ne sia reso conto. Voglio ricevere Dio di nuovo. Mi metto in cammino come sono, con la mia goffaggine e il mio cuore ferito, con la mia vita e i miei desideri, con la mia fragilità.

Voglio solo, di nuovo, scegliere Dio. Voglio solo che il mio cammino sia diretto a Betlemme. Fino a inginocchiarmi davanti a Gesù che mi ama tanto e si fa come me. Con Giuseppe e Maria. Ho bisogno che Dio venga e resti. Ho bisogno che illumini la mia oscurità e mi cambi di nuovo.


[1] José María Rodríguez Olaizola, Ignacio de Loyola, nunca solo

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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