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Cosa mi ha insegnato sul rosario un prigioniero di guerra torturato

LIU JIN / AFP
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La testimonianza di un soldato mi ha mostrato che il rosario è molto di più di un'ammirevole preghiera di devozione

Anche se è una storia che ho ascoltato anni fa, le immagini mi sono rimaste impresse nella mente.

Ed erano impressionanti.

Un giovane soldato americano era stato gettato con noncuranza in mezzo al mucchio in una soffocante prigione nella giungla. Malato e malnutrito, giaceva in stato di semi-incoscienza sul pavimento sporco. Veniva picchiato ogni giorno, a volte ogni ora. I giorni si susseguivano alle notti, le settimane si accavallavano e la brutalità costante divenne senza senso, senza misericordia e senza fine.

Pur se schiacciato dal peso di un dolore indicibile e in preda al delirio febbrile, nei momenti di lucidità il soldato tracciava col dito qualcosa sul suolo di terra. Univa alla bell’e meglio dieci punti in un cerchio con al centro una croce, e poi, quasi impercettibilmente, le sue labbra sanguinanti e tumefatte iniziavano a mormorare:

Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te…

Il rosario, ha ricordato in seguito il soldato, è quello che lo mantenuto sano di mente in un momento di spietatezza incomprensibile. Recitare le parole pronunciate dall’Angelo Gabriele e da Santa Elisabetta alla Madonna – Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te, tu sei benedetta tra le donne… -, il Padre Nostro e il Gloria e contemplare i misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi ha portato Dio in quella cella. Spingere le dita lungo i punti tracciati nel suolo sporco era sentire che l’ordine dissipava momentaneamente il disordine e la grazia eclissava la sofferenza insensata.

Dio era davvero presente.

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