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I più bei ritratti di bambini con sindrome di Down

Rivka Singer

Caryn Rivadeneira - For Her - pubblicato il 24/11/16

La fotografa Rivka Singer ha iniziato il progetto ‘Looking Eyes’ in onore di quei bambini che spesso vengono trascurati o fraintesi

La fotografa Rivka Singer conobbe Grace all’asilo, in occasione della foto di classe. Quel giorno Rivka ebbe due sue ‘prime volte’: non solo non aveva mai fotografato una bambina affetta dalla Trisomia 21, ma non ne aveva neanche mai conosciuta una. Un incontro che cambiò la vita della fotografa e le diede l’idea di questo progetto, che ha commosso tutti i suoi follower su Facebook ed Instagram.

La nascita del progetto Looking eyes

“Fotografare Grace mi ha colpita molto”, ricorda. “Era bella, dolce e affascinante”.

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Looking Eyes – Portraits of Children with Down Syndrome Om | 5 months

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Ma fu qualcosa che disse la maestra di Grace ad accendere in Rivka l’idea del progetto. “La sua maestra interagiva con lei durante la sessione fotografica e le diceva: ‘Grace, guarda negli occhi’. Queste parole si radicarono nella mia anima e iniziò così a svilupparsi l’idea del progetto Looking eyes.

Attraverso i nostri occhi non solo vediamo il mondo, ma troviamo il nostro posto al suo interno ed entriamo in contatto con gli altri. Mentre la maestra invitava Grace a vivere a fondo l’esperienza di farsi fotografare, pensavo tra me e me: ‘Questo sarebbe un titolo perfetto per un progetto che vuole fare luce su questi splendidi esseri umani’ ”.

Diffondere gioia con uno scopo

Ed è esattamente questo ciò che fa il progetto Looking eyes. La profondità e l’intensità delle foto di Rivka Singer trasmettono tanta gioia. Ma non è questo l’obiettivo principale del progetto, che vuole anzi ricordare che i bambini affetti dalla Sindrome di Down non “valgono meno degli altri” e non sono “strani”. E non sono neanche migliori (più angelici, ad esempio) o addirittura peggiori. Questi bambini sono “splendidi esseri umani”, come dice Rivka Singer, che sanno essere interessanti, divertenti, maliziosi e simpatici come qualsiasi altro bambino.

Ma non tutti hanno reagito nello stesso modo al suo progetto. “I commenti di chi viene a conoscenza del mio progetto variano da ‘è di grande ispirazione!‘ a ‘poveri genitori…!’ “. La fotografa comprende questi commenti, perché sono frutto dei pregiudizi sulle persone affette dalla Sindrome.


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“I bambini con disabilità – che si tratti della Trisomia 21 o di qualcos’altro – subiscono una forte stigmatizzazione. Con le mie immagini voglio mostrare che tutti i bambini hanno le stesse necessità. Hanno bisogno di essere amati per chi sono e, soprattutto, di essere accettati per chi sono. Tutti i bambini, che abbiano disabilità o meno, vogliono ridere, venire coccolati, essere spensierati e mostrare il meglio di ciò che sono. Quando un bambino è davvero considerato e si sente compreso, i suoi occhi si accendono di gioia e l’espressione sul suo volto rivela un tenero sorriso”.

L’opportunità di fotografare quei bambini, dichiara Singer, l’ha colpita molto, così come anche il poter ascoltare le storie delle famiglie con cui ha lavorato.

“È stato bello conoscere le famiglie di tutti i bambini che ho fotografato”, dichiara Singer. “Molte di loro hanno aperto il cuore raccontando delle varie vicende mediche, dei numerosi dottori contattati e delle visite sostenute. Altre famiglie hanno parlato delle loro scelte in materia di istruzione e dell’integrazione nel sistema scolastico pubblico. Ma, nonostante le difficoltà, tutte le famiglie amano fieramente i loro piccoli, a cui sono grati perché ricordano loro ogni giorno che la vita è una benedizione”.


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Singer dice infine che spera che il progetto “ispiri genitori e insegnanti affinché aiutino i bambini a capire quanto possano essere meravigliose le differenze tra individui. Affinché mostrino loro che tutti i bambini vogliono ridere, essere spensierati, sentirsi amati ed accettati per chi sono”.

“C’è tanto odio nel nostro mondo”, dichiara Singer, “ed è nostra responsabilità insegnare ai nostri figli l’accettazione. Ho fatto vedere ai miei tre figli (di 2, 5 e 6 anni) le immagini del progetto Looking Eyes e ho chiesto loro cosa pensassero delle foto, di quei bambini e di quelle famiglie. Con mia gran sorpresa, non hanno visto dei bambini ‘diversi’ da loro o con delle disabilità. I loro commenti erano focalizzati sul modo in cui rideva un bambino, su come due fratellini si stritolavano abbracciandosi, sulle bellezza degli occhi di una bambina. Sono ancora abbastanza piccoli da capire che tutti i bambini sono belli. Il mio lavoro come madre è di aiutarli a mantenere la meravigliosa innocenza che hanno ancora alla loro giovane età”.

[Traduzione dall’inglese a cura di Valerio Evangelista]
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