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Quando l’odio ha la stessa ‘passione’ dell’amore, è tempo di guardare dentro se stessi

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Nella nostra vita siamo chiamati a compiere delle scelte. Tra cui quella fondamentale tra odio e amore. Non confondiamo i due sentimenti

“L’odio ha una lunga durata. Una volta che entra nel cuore dell’uomo, è difficile farlo andare via. Genera distruzione, scoraggiamento e disperazione” — Robert Enright

In un articolo di ieri Suor Theresa Aletheia Noble ci mostra 5 modi per trovare la pace in mezzo al caos. Dà degli ottimi consigli, soprattutto considerando che ci avviciniamo all’Avvento. Durante l’Avvento impariamo a riaccendere la speranza; proviamo ad essere meno duri e a far spazio alla tenerezza, non solo verso Gesù Bambino, ma anche verso gli altri.

Suor Theresa ha detto su Twitter di prendersi una pausa da internet, per l’Avvento. Conosco personalmente diverse altre persone di alto profilo che per questo periodo hanno deciso di ritirarsi dai social media (o di ridurvi significativamente la propria presenza). Il motivo principale è il desiderio autentico di ricevere i doni dell’Avvento, e per farlo hanno sentito la necessità di mettere da parte ciò che può facilmente diventare un covo di odio e confusione.

Il disorientamento è un grande trucco di satana, e ciò che disorienta di più è dimenticare cos’è l’amore (o come riconoscerne i frutti, che sono gioia, libertà e pace) fino al punto che ciò che prendiamo dal nostro odio inizia ad assomigliare all’amore.

Lo scrissi nel 2012 nel mio libro Strange Gods: Unmasking the Idols in Everyday Lives. Alla luce del clima che si respira negli Stati Uniti, e considerando l’avvicinarsi dell’Avvento, penso sia un buon momento per condividerne con voi un estratto:


Chiunque sia stato preso di mira da un gruppo di bulli, o dovesse averne fatto parte, sa che sfogare l’odio su altre persone dà un senso di appartenenza e di scopo, che – a differenza dell’amore – sopraggiunge in modo rapido e abbastanza indolore. L’annichilimento di massa dell’altro porta chiusura nell’equazione sociale; il che, a suo volta, toglie il senso di vulnerabilità, lasciandoci con una potente sensazione di benessere collettivo. Amiamo il nostro odio, perché ci fa sentire apprezzati e parte di un gruppo. Non siamo più tenuti a pensare per conto nostro. Per essere a proprio agio bisogna soltanto odiare, e l’odio è molto meno esigente dell’amore, si accontenta di poco.

L’odio che sembra amore, paradossalmente, finisce col limitarci ed è controproducente. Una volta che l’odio è diventato il canale sociale delle nostre scelte, non ci lascia molte alternative: o continuiamo su quella strada e ci mettiamo i paraocchi, oppure tentiamo di liberarci della tribù col rischio di venire linciati.

Non importa se odiamo un governatore repubblicano, un presidente favorevole all’aborto, Hollywood, il fondamentalismo, “il sistema” oppure una squadra di calcio: se il nostro senso di appartenenza dipende da quell’odio, allora sarà difficile avere ripensamenti e rimarremo in uno stato di stagnazione. L’unico modo per ricaricarsi e rimandare l’inevitabile situazione finale descritta da Robert Enright come “distruzione, scoraggiamento e disperazione” è trovare un nuovo odio da amare. Ci sarà sempre qualcuno con cui prendersela, un Emmanuel Goldstein di orwelliana memoria a cui indirizzare prontamente il nostro odio viscerale, in modo che la brutta copia dell’amore possa rinnovarsi.

L’aspetto più insidioso di questo odio collettivo è la facilità con cui possiamo cadere sotto la sua influenza, attraverso il semplice errore di mostrare autentici (ma sproporzionati) sentimenti d’amore verso cose che si dimostrano essere di poca importanza: “Amo il mio orientamento politico al punto da odiarti per il tuo; amo la mia chiesa così tanto da odiarti se tu non dovessi fare lo stesso; amo lo yogurt, il formaggio e il burro al punto da odiarti per la tua scelta vegana; amo le mie opinioni così tanto da odiarti per il fatto di avere idee tue. 

Se gli altri non riflettono ciò che siamo – avvalorando sia la parte di popolazione che pretendiamo di rappresentare, che noi stessi – cos’hanno di buono? Non avremo altri dèi di fronte a noi.
[…]
Qualche anno fa uno studio ha confermato il vecchio adagio secondo cui esista “una linea sottile tra amore e odio”. Sembra che nel percepire entrambe le emozioni siano coinvolti gli stessi circuiti cerebrali. La differenza maggiore è che, con i sentimenti d’amore, gran parte della corteccia cerebrale si spegne, insieme alle capacità di giudicare e di ragionare. Con l’odio, invece, gran parte della corteccia rimane aperta.

In fondo questa cosa ha senso. Possiamo sempre fornire un milione di ragioni per giustificare il nostro odio… ma per quanto riguarda l’amore? Spesso non riusciamo a spiegarlo affatto, se non definendolo come un mistero aperto e autentico, proprio come gli insondabili misteri di Dio, che è Amore. Questo studio aiuta anche a capire perché l’amore irragionevole può spesso sfociare nell’odio; e perché l’odio, una volta incatenato nel rigore della ragione, molto difficilmente può diventare amore.


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È quella sottilissima linea tra amore e odio che può confondere così tanto le nostre sensibilità e allontanarci dagli altri (e forse da noi stessi). Ci lascia la convinzione che la società potrà essere migliore soltanto quando loro – quegli arretrati che non comprendono le cose come facciamo noi – decideranno di abbracciare l’idea corretta… e gli idoli verso cui spesso ci conducono.

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