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Iran-Vaticano, il tempo della piena fiducia

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Iran e Santa Sede vivono la «yaqin», la «piena fiducia reciproca». Usa un termine di peso Abouzar Ebrahimi, a capo di una delegazione di teologi, intellettuali e religiosi iraniani, per descrivere i rapporti tra il Vaticano e la Persia. E’ oltremodo significativo che la delegazione giunta Oltretevere per la decima edizione del Colloquium tra Santa Sede e Iran, organizzato sotto l’egida del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, si sia presentata oggi a Papa Francesco con lo spirito della «yaquin», che nella fede islamica indica quella stessa certezza che si ripone in Dio. Segno di una profonda sintonia che apre, in campo religioso ma anche politico, orizzonti di cooperazione molto importanti a livello internazionale. 

Ebrahimi, presidente dell’Organizzazione della Cultura e Relazioni islamiche (Icro), parte del Ministero iraniano della Cultura e della guida islamica, spiega che il clima di collaborazione che oggi si vive tra le parti è frutto di un lungo e paziente cammino: «In una prima fase vi è stata la necessità di una conoscenza; poi si è passati a una fase di incertezza; oggi è il tempo della certezza dei rapporti, il tempo della fiducia». Si è aperto quindi sotto i migliori auspici possibili il dialogo avviato in Vaticano, che si protrarrà con incontri e meeting di alto livello per tutta la settimana.  

Il tema centrale del confronto reciproco, oggi, è quello del comune impegno nella lotta al terrorismo, e specificatamente, alla violenza operata in nome di Dio: un tema attuale che segue, nei confronti organizzati con cadenza biennale da un ventennio, la riflessione concertata snodatasi su questioni come il modernismo, il pluralismo, i giovani, la pace e la giustizia, la bioetica, il rapporto tra fede e ragione, l’impatto delle fede nella società, i percorsi del dialogo.  

La delegazione di nove leader religiosi sciiti, alcuni provenienti dalla nota scuola teologica di Qom, la città santa sciita, nel confermare la assoluta delegittimazione della violenza condotta in nome dell’islam si approccia Oltretevere con l’atteggiamento della yaqin, di chi sa di avere di fronte un interlocutore alleato: «Oggi nel mondo contemporaneo assistiamo a brutali violenze commesse in nome della fede. Grazie a questo clima di fiducia reciproca che esiste tra noi, possiamo cercare soluzioni valide e condivise», spiega Ebrahimi a Vatican Insider. «Questo è un tema cruciale nel mondo travagliato da conflitti: avvertiamo la comune urgenza di fermare l’estremismo e la violenza in nome di Dio».  

Ebrahimi non esita a delegittimare «i gruppi radicali come Isis che credono e dicono di aver un legame con l’islam: non è così. Il fenomeno dell’estremismo riguarda tutte le religioni e le autorità religiose hanno più volte sconfessato ufficialmente questi gruppi, che non conoscono la vera natura della fede islamica e hanno la assurda pretesa di mettersi al posto di Dio, decidendo della vita e della morte di altri uomini».  

«Per noi leader religiosi la violenza non è mai legittima», conferma Javadi-Amoli, hojatoleslam (teologo sciita) della scuola di Qom, e membro della delegazione iraniana. «Tutte le religioni, data la loro natura trascendente e il loro legame diretto con la ragione – riferisce – non possono avere natura violenta. Bisogna chiarire all’opinione pubblica che la fede non ha nessun rapporto con la violenza. La fede non può che costruire una convivenza pacifica tra gli esseri umani e chi uccide non ha la minima conoscenza e alcun legame con la fede».  

Non è un caso, si rimarca, che l’incontro di dialogo tra Iran e Santa Sede giunga a conclusione dell’Anno giubilare dedicato alla misericordia: come nota l’ayatollah Abolghasem Alidoost «si intende sottolineare la comune visione cristiana e islamica sulla misericordia. In tal senso l’Iran, nel promuovere il messaggio di misericordia proprio delle fede musulmana, può attingere a testi e temi cari alla tradizione mistica, un patrimonio immenso, radicato in Persia da secoli, che trasmette questo messaggio». La mistica islamica, sviluppata da personalità come il poeta persiano Jalal al-Din Rumi del 1200, rappresenta una strada che «conduce alla pienezza della pace e del bene per l’umanità intera». 

Per questo è importante separare la costruzione di un percorso di dialogo, vissuto a livello di tradizioni religiose, dalle sue implicazioni politiche, pur importanti per costruire la pace nel mondo di oggi. I leder religiosi, incontrandosi e dialogando, possono offrire un fecondo percorso di prossimità e armonia che le autorità politiche, però, raramente ascoltano: ne è esempio lampante, si nota, quanto accade oggi sul travagliato terreno del conflitto in corso in Siria. 

La Santa Sede e l’Iran condividono l’approccio di fondo sulla guerra in Siria, che è «fortemente condizionata da fattori esterni», dice Ebrahimi. «Come fa l’Isis ad avere armi sofisticate? Come riesce ad avere finanziamenti? Dove è nato e chi lo sostiene?», chiede il leader iraniano. Nodi e complesse questioni geopolitiche che più volte Papa Francesco ha sollevato. E che la «fiduciosa alleanza» tra Iran e Vaticano può contribuire a riportare in cima all’agenda internazionale. 

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