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Quei tre sacerdoti nel deserto del Turkmenistan

Vatican Insider - pubblicato il 22/11/16

Essere minoranza non significa non poter annunciare Cristo. E per farlo non è necessario pensare subito alle costruzioni materiali (non ci sono le autorizzazioni), ma è importante vivere la quotidianità delle persone. È questa la testimonianza di Andrzej Madej, missionario polacco degli Oblati, superiore della Missio sui iuris in Turkmenistan. Vive con altri due religiosi (padre Rafael e padre Paolo) in una piccola casa su due piani in affitto ad Asgabat vicino alla frontiera con l’Iran e con l’Afghanistan. L’82% della superficie del Paese è occupata dal deserto del Karakum per cui il problema più importante è quello dell’acqua. Qui si racconta che «una goccia d’acqua è come una pepita d’oro». Non ci sono altre congregazioni e sacerdoti.  

«Per il momento – dice – siamo l’unica presenza della Chiesa. Spesso quando vado in vacanza in Polonia mi sento dire: “Perché non resti qui in patria con tutto il bisogno che c’è di sacerdoti?”. Allora io rispondo che in Polonia ci sono circa 30mila sacerdoti, mentre in Turkmenistan sono solo tre».  

Appassionato di poesia dell’epoca romantica, nel corso del suo ministero è stato prima in Polonia e poi a Kiev dove per quattro anni ha proclamato il Vangelo in una parrocchia che era stata chiusa al culto e trasformata in una sala concerti. Riuscì a recuperarla parzialmente come chiesa. «Durante la mia formazione negli anni Sessanta sotto il regime sovietico bisognava per forza imparare il russo, in questo modo lo Spirito Santo mi ha preparato a questa bella esperienza missionaria nell’ex impero sovietico». Nel 1997 è partito per Asgabat, la capitale del Turkmenistan. «La comunità cattolica – spiega – conta circa duecento fedeli, però i nostri contatti si estendono ai cristiani di altre confessioni e alle persone e famiglie musulmane che accolgono volentieri la nostra visita. La caratteristica della nostra casa è di essere un vero punto d’incontro non solo per questioni di fede ma anche per tante relazioni umane. Dopo 19 anni, ci piacerebbe costruire una piccola chiesa e la sede della Nunziatura apostolica».  

La religione dominante è l’Islam, ma ci sono presenze, anche se molto piccole, di cristiani (cattolici, ortodossi ed evangelici). «Ci sono dodici parrocchie ortodosse. Cerchiamo di intrattenere rapporti di fraternità con tutti. Abbiamo ottimi rapporti con alcuni evangelici: con loro, di domenica, condividiamo l’esperienza della parola di Dio, nella nostra cappella. Ci incontriamo anche per altri momenti di preghiera e di lode». Durante il Giubileo, «abbiamo vissuto un’esperienza spirituale, soprattutto attraverso la liturgia. Cerchiamo di essere vicini alle persone sole, malate, anziane o che hanno altre difficoltà. La prima ordinazione sacerdotale di un giovane turkmeno, entrato nella nostra Congregazione, è stata una grazia speciale in questo Anno della Misericordia. Altri due giovani sono in cammino e questi sono segni di speranza per una Chiesa giovanissima».  

Ogni giorno gli Oblati dedicano alcune ore alla preghiera e alla celebrazione dell’Eucaristia, visitano le famiglie non solo quelle di fede cattolica e cercano di seguire spiritualmente i malati. Uno di questi, a Slavomir (a 700 km dalla capitale), ha realizzato un piedistallo in legno con, nascosta, la croce che aveva scolpito come gesto di gratitudine per la sua guarigione. «Mi confidò che mentre stava facendo il lavoro, chi vedeva la croce lo ammoniva: “Non vogliamo vedere questo mostro, nascondila”. È qui dove ho capito meglio la parola di San Paolo quando dice che Gesù Crocifisso sarà fino alla fine del mondo uno scandalo per coloro che non credono».  

Al di là delle tensioni internazionali, c’è di fatto una convivenza pacifica con i «fratelli musulmani. Siamo presenti alle feste musulmane alle quali siamo invitati. La nostra volontà è di costruire relazioni con tutti e contribuire a togliere il pregiudizio che i cristiani o gli occidentali siano solo interessati alla guerra o a imporre la loro civiltà». C’è, invece, qualcosa d’altro che lo spaventa: «Quando vedo le chiese vuote in Europa mi domando cosa stia succedendo, quando in altre parti del mondo dei cristiani fanno degli sforzi notevoli per essere fedeli e testimoniare la loro fede…». 

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