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Buttiglione: “Così risponderei a quei dubbi su Amoris laetitia”

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La discussione su Amoris Laetitia continua e si arricchisce adesso del contributo di quattro eminentissimi cardinali, Walter Brandmüller, Raymond L. Burke, Carlo Caffarra e Joachim Meisner che insieme pongono cinque questioni di grande rilievo.  

Essi hanno indirizzato una lettera al Santo Padre che non ha ritenuto opportuno rispondere ed essi (credo giustamente) hanno interpretato il silenzio del Papa come «un invito a continuare la riflessione e la discussione, pacata e rispettosa». È proprio per questa ragione ed in questo spirito che mi azzardo, da povero laico, a dare un contributo alla riflessione ed alla discussione. A questa riflessione porto l’esperienza di uno sposo e padre di famiglia che ha letto il suo san Tommaso ed ha una assidua frequentazione del confessionale, ovviamente nella qualità di penitente. 

La prima domanda posta dagli eminentissimi cardinali è se sia lecito, in alcuni casi, dare l’assoluzione a persone che, pur legate da un precedente matrimonio, convivano more uxorio ed abbiano rapporti sessuali fra loro. A me pare che, alla luce della Amoris Laetitia ma anche dei principi generali della teologia morale la risposta debba essere positiva. Bisogna distinguere chiaramente fra l’atto, che è materia grave di peccato, e l’agente che può trovarsi in condizioni che limitano la sua responsabilità per l’atto o, in alcuni casi particolari, possono perfino annullarla. Si pensi al caso di una donna che viva in condizioni di totale dipendenza economica e psicologica ed alla quale i rapporti sessuali vengano imposti contro la sua volontà. Purtroppo non è un caso di scuola ma una amara realtà che avviene più spesso di quanto si immagini. Mancano qui le condizioni soggettive del peccato (piena avvertenza e deliberato consenso). L’atto rimane cattivo ma non appartiene (o non appartiene interamente) alla persona. In diritto penale si direbbe forse che qui non siamo all’interno della teoria del reato (se l’atto sia buono o cattivo) ma della teoria della imputabilità e delle attenuanti soggettive.  

Questo non implica che persone non sposate possano legittimamente compiere atti sessuali. Gli atti sono illegittimi. Le persone (in alcuni casi) possono incorrere in un peccato non mortale ma veniale per la mancanza della piena avvertenza e deliberato consenso. Ma, si potrebbe obiettare, per ricevere l’assoluzione non è necessario il proposito di non peccare più? È certo necessario. Il penitente deve avere il desiderio di uscire dalla sua situazione irregolare ed impegnarsi a compiere atti che gli consentano di uscire effettivamente. È possibile però che egli non sia in grado di realizzare questo distacco e di riconquistare la propria sovranità sopra se stesso immediatamente. È importante qui il concetto di «situazione di peccato», illustrato da Giovanni Paolo II. Non si può credibilmente promettere di non commettere più un certo peccato se si vive in una situazione che espone alla tentazione irresistibile di commetterlo. Bisogna impegnarsi, per poter mantenere il proposito, ad uscire dalla situazione di peccato. 

Il secondo dubbio è se continui ad essere valido l’insegnamento di Giovanni Paolo II in Veritatis Splendor 79 sulla esistenza di atti intrinsecamente cattivi che non possano mai ed in nessun caso essere buoni. Certamente sì, per le ragioni già dette. Amoris Laetitia non cambia nulla nella valutazione dell’atto, si concentra invece sulla valutazione dei livelli di responsabilità soggettiva. Nel diritto penale l’omicidio è sempre proibito, la pena invece può variare, e di molto, a secondo del livello della responsabilità soggettiva. 

Il terzo dubbio riguarda il fatto se si possa affermare che le persone che convivono more uxorio si trovino in una condizione di peccato grave abituale. A me sembra che a questo si possa dire di sì a condizione di distinguere bene fra il peccato grave ed il peccato mortale, come peraltro i cardinali correttamente fanno. Il peccato grave è specificato dall’oggetto (dalla materia grave). Il peccato mortale è specificato dall’effetto sul soggetto (fa morire l’anima). Tutti i peccati mortali sono anche peccati gravi ma non tutti i peccati gravi sono anche mortali. Può capitare infatti che in alcuni casi la materia grave non sia accompagnata dalla piena coscienza e dal deliberato consenso soggettivo. Il canone 915 esclude dai sacramenti coloro che vivano apertamente in condizioni di peccato grave indipendentemente dal fatto (riconosciuto come possibile) che essi non siano in condizione di peccato mortale. La ragione, evidentemente, è il pubblico scandalo. 

È evidente che il canone in questione non esprime un precetto né di diritto naturale né di diritto divino. È una legge ecclesiastica umana posta dalla legittima autorità (il Papa) che dalla medesima legittima autorità può essere cambiata. Se il Papa non la ha cambiata la ragione è probabilmente il carattere di eccezionalità che rivestono i casi che egli ha in mente. Ciò non toglie che in futuro una precisazione legislativa possa essere opportuna. È però difficile ricondurre ad unità la nozione di scandalo in un mondo variegato come il nostro. Probabilmente sarebbe opportuno lasciare in questo campo un ampio margine di decisione alle conferenze episcopali o (meglio) a sinodi nazionali o continentali.  

Il quarto dubbio riguarda se sia ancora valido l’insegnamento di Giovanni Paolo II nel n.81 della Veritatis Splendor dove dice che «le circostanze o le intenzioni non potranno mai trasformare un atto intrinsecamente disonesto per il suo oggetto in un atto soggettivamente onesto o difendibile come scelta». Certamente sì, questo insegnamento rimane pienamente valido. La convivenza more uxorio, quali che siano le intenzioni e le circostanze, è sempre sbagliata e contraddice il disegno di Dio. È una ferita ed una ferita grave per il bene morale della persona. È sempre una ferita mortale? No, non sempre questa ferita grave è anche mortale. Le circostanze non cambiano la natura dell’atto ma possono cambiare il giudizio sulla responsabilità della persona. Amoris Laetitia ci ricorda una dottrina interamente tradizionale, che Giovanni Paolo II non ha mai inteso negare: vi sono dei gradi nel male e alcuni peccati sono più gravi di altri. Il peccatore deve sempre riconoscere il proprio male ed esprimere la volontà di emendarsi. Il sacramento, però, non è necessariamente un premio da riservare per la fine del cammino. Può anche essere, alle condizioni che abbiamo ricordato, una medicina che da forza per il cammino.  

Il quinto dubbio riguarda se sia ancora valido l’insegnamento di Veritatis Splendor  

n. 56 dove dice che la coscienza non ha un ruolo creativo e non può legittimare eccezioni alle norme morali assolute. Anche in questo caso a me sembra che la risposta sia sì. La coscienza morale riconosce la verità ma non la crea, non può stabilire una norma divergente in tutto o in parte dalla norma della legge naturale. Amoris Laetitia non afferma una eccezione rispetto alla norma. L’adulterio è sempre un male ed il penitente è sempre tenuto a riconoscere la propria colpa ed a mettersi in cammino per rientrare nella regola. Semplicemente può essere non del tutto colpevole della sua incapacità di adempiere pienamente le domande della giustizia e può per queste ragioni trovarsi in una situazione di peccato ma non di peccato mortale. Il sacramento dato a chi si trova in una condizione di peccato grave ma non mortale non è un invito a fermarsi soddisfatti di sé nel cammino verso il bene morale ma un sostegno per perseverare nel cammino.  

Se Zaccheo non si fosse trovato nella condizione di restituire il quadruplo di quello che aveva rubato o perché aveva dissipato quei beni o anche perché non aveva nel cuore la generosità sufficiente per farlo, ma avesse restituito solo la metà del maltolto avrebbe fatto la volontà di Dio? Sì per quello che riguarda la metà del suo obbligo, no per quello che riguarda l’altra metà. Allo stesso modo chi si rimette sul cammino della fede e della verità e ripara in parte ai suoi errori può essere sicuro di fare la volontà di Dio, purché continui a pregarLo che gli dia la grazia di continuare nel cammino della penitenza fino a portarlo a compimento. In questo cammino giustizia e misericordia sono come due viandanti che si sostengono a vicenda o come due coniugi che insieme cercano di educare i figli alla pienezza della vita umana e cristiana. 

Per quanto detto mi sembra evidente che Amoris Letitia si inserisce pienamente nella dottrina e nella sacra tradizione della Chiesa e non contraddice affatto l’insegnamento teologico di Veritatis Splendor . Il Magistero di san Giovanni Paolo II (come quello dei suoi predecessori e dei suoi successori) si oppone al relativismo di chi vuole che la bontà o malvagità di un atto dipenda dalla coscienza dell’uomo che agisce ma riconosce che il giudizio sulla responsabilità della persona deve sempre tenere conto degli elementi soggettivi dell’azione, cioè (per usare le parole del catechismo che io ho studiato da bambino) della «piena avvertenza e deliberato consenso».  

Rifiutarsi di vedere questo sarebbe un allontanarsi dalla pienezza della verità cattolica. Essa è mutilata da una etica della situazione che ignora il fatto che gli atti umani hanno una loro intrinseca natura in forza della quale sono buoni o cattivi ma è immiserita anche da una etica oggettivistica (non oggettiva) che non vuole vedere il lato soggettivo dell’azione dal quale dipende il livello di responsabilità dell’agente. 

* Filosofo, politico e accademico italiano, è stato Ministro per due volte, Parlamentare europeo, consigliere comunale a Torino e Vicepresidente della Camera dei Deputati  

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