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Il vaccino contro le polarizzazioni nel mondo e nella Chiesa

Vatican Insider - pubblicato il 20/11/16

Le parole di Francesco al concistoro per la creazione dei nuovi cardinali hanno messo il dito sulla piaga. Hanno toccato un nervo scoperto del nostro tempo. Il Papa ha parlato di un’epidemia, di un virus che ammorba le nostre società. Il virus della polarizzazione e dell’inimicizia. Il virus che fa contrapporre gli uni agli altri, e fa ritenere l’altro, il diverso da noi, un «nemico». La delegittimazione reciproca, l’uso di linguaggi irridenti e sguaiati, il compiacersi nell’attacco personale a chi la pensa diversamente o chi si trova su una sponda politica diversa, la difficoltà a concedere all’immigrato o al rifugiato persino lo status di essere umano con la sua dignità e i suoi diritti. 

È un virus, questo, che non occorre chissà quale lungimiranza per poterlo vedere e riconoscere. È un’epidemia in crescita esponenziale, come dimostrano i conflitti armati, le guerre e le guerriglie, l’insensibilità di fronte alle tragedie contemporanee, gli atteggiamenti antagonistici di certe rivendicazioni. «Quante situazioni di precarietà e di sofferenza si seminano attraverso questa crescita di inimicizia tra i popoli», ha detto il Papa. 

Che, con realismo, ha riconosciuto come la Chiesa non sia affatto immune dal virus. I battezzati, a partire dai pastori, non ne sono immuni perché non sono immuni dal peccato. Per questo Francesco ricorda che questa epidemia esiste «tra di noi! Sì, tra di noi, dentro le nostre comunità, i nostri presbiteri, le nostre riunioni. Il virus della polarizzazione e dell’inimicizia permea i nostri modi di pensare, di sentire e di agire. Non siamo immuni da questo e dobbiamo stare attenti perché tale atteggiamento non occupi il nostro cuore».  

Sarebbe un errore, a nostro avviso, ridurre l’obiettivo delle parole papali pensando che siano indirizzate «ad personam», e dunque applicarle selettivamente – a mo’ di rivincita – soltanto a casi specifici, magari riferendole a quelli che si ritengono i propri «avversari» in questo momento. In un tempo in cui nel mondo e nella Chiesa sembrano prevalere le polarizzazioni, l’invito di Francesco è rivolto a tutti ed è quello di tornare all’essenziale nel segno della misericordia.

È l’invito a prendere sul serio le parole che sono di Gesù Cristo (e non di qualche suo interprete «buonista»): «Amate i vostri nemici, fate il bene a quelli che vi odiano, benedite quelli che vi maledicono, pregate per quelli che vi trattano male». Un invito sconvolgente, così distante da ciò che la nostra natura ferita dal peccato ci porterebbe a fare. Di fronte ad avversari e nemici, infatti, «il nostro atteggiamento primario e istintivo è quello di squalificarli, screditarli, maledirli; in molti casi cerchiamo di demonizzarli, allo scopo di avere una “santa” giustificazione per toglierceli di torno».  

Il Papa ha spiegato che quelle parole sono una delle «caratteristiche più proprie del messaggio di Gesù», sono il suo segreto, da lì «proviene la potenza della nostra missione». Nel cuore di Dio non ci sono nemici, Dio ha solo figli che ama nonostante tutto, nonostante i loro peccati, nonostante le loro imperfezioni. «Noi innalziamo muri, costruiamo barriere e classifichiamo le persone», mentre Dio «non aspetta ad amare il mondo quando saremo buoni, non aspetta ad amarci quando saremo meno ingiusti o perfetti; ci ama perché ha scelto di amarci».

Di fronte al virus che trasforma le differenze in sintomi di ostilità, minaccia e violenza, che allarga le divergenze e le mantiene insanabili, che non permette alle ferite di rimarginarsi, l’unico antidoto è rappresentato dal prendere sul serio le parole del Vangelo. Lasciandosi interrogare e mettere in discussione

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