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Spiritualità

Violenza, distruzione, fine del mondo… cerchi un segno che ti dia tranquillità?

AP Photo/Mark Lennihan

padre Carlos Padilla - pubblicato il 17/11/16

Eccolo qui…

A volte cerco dei segni incontrovertibili che mi diano tranquillità. Cerco profeti che mi parlino del futuro. Cerco segnali che mi mostrino quando arriverà la fine. Cerco certezze che mi dicano dov’è Dio, in quale forma si manifesta e quando apparirà. Cerco cose straordinarie, cose nuove. Cerco esperienze che mi mostrino come devo comportarmi.

Devo ammettere che resto colpito dall’odio, dalla morte, dalle guerre, dalle ingiustizie. Questo mondo malato, che non si sa dove stia andando, mi ferisce. Vedo il male ovunque, insieme a rabbia e distruzione. Mi pesa non riuscire a placare la sete di tante persone. Non posso dare loro la pace di cui hanno bisogno. Mi dispiace poter fare così poco per gli uomini.

Non mi piacciono le persecuzioni, né l’odio o il rifiuto. Non mi piace la morte, né stare sulla difensiva. Sono inquieto a causa della malvagità, della guerra, dell’odio. Ma so che nonostante tutto ciò Dio mi sostiene e porta la mia croce. So che Lui non manda alcun male per ‘educare’ il mio cuore punendomi.  Lo so. Come mi disse una persona, “questo non è il collegio”

Lui non vuole educare il mio cuore fragile a suon di batoste. Non vuole farmi maturare riempiendomi di colpi, mentre mi guarda con uno sguardo truce. Non lo vedo così. Non mi scruta per cambiarmi; no, mi contempla commosso, innamorato.

Certo, vedo il male attorno a me. Ma so che durante la persecuzione Lui sarà con me. Questo mi dà forza, sempre. Lui non vuole il mio male. Non desidera la mia morte. Vuole che io viva, che splenda. Vuole che la mia vita illumini il buio della notte.

La fine non è così vicina che io possa vederla. Questo è quello che credo. Non mi preoccupa. Ma voglio portare pace e diffondere luce, questo sì. E voglio far comprendere all’uomo che nel suo dolore Lui è lì, è presente, e ci consola.

L’altro giorno ho letto: “È difficile stare davanti alla croce, senza dubbio. Ma sarebbe ancora più doloroso non volerlo fare e infine trovarsi obbligati a farlo per forza”[1]. Voglio guardare la mia vita, con la sua croce, e baciarla. Accettare il mio dolore.


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Non voglio cercare segnali straordinari che mi diano pace. Nella mia croce, nel mio dolore, c’è Gesù. Bacio la mia croce, baciando Gesù. Bacio la Sua croce e comprendo che Lui mi sosterrà sempre. La smetto di cercare segni particolari. Gli unici segni di Gesù sono la Sua morte e la Sua resurrezione. Questo mi basta. Non ho bisogno di nient’altro per andare avanti nel mio cammino.

Mi piacerebbe vivere quello che disse padre José Kentenich: “La mia preoccupazione più grande deve essere vivere infinitamente spensierato, ogni secondo e ogni istante della mia vita. Fare quello che le mie mani sono in grado di fare”[2]Nella croce e nel dolore confidare in Lui, come dei bambini.

Non voglio segni particolari del Suo amore. Voglio soltanto baciare questa croce. Baciare Lui nella mia croce. E vivere spensierato. Mi sembra impossibile, perché mi spavento sempre prima del tempo. Percepisco quello che verrà, e tremo al pensiero. Ho bisogno di un cuore nuovo, che mi consenta di confidare pienamente in Lui.


[1] Simone Troisi e Cristian Paccini, Nacemos para no morir nunca, 65

[2] J. Kentenich, Niños ante Dios


[Traduzione dallo spagnolo a cura di Valerio Evangelista]

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