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Niente può sostituire l’amore di mamma e papà

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di Andres d’Angelo

Il divorzio non mi piace. Non mi è mai piaciuto. Quando ero adolescente credevo che non bisognasse mettersi insieme a persone divorziate. Oggi, trent’anni dopo, continuo a credere che il divorzio sia qualcosa di spaventoso. Ma non solo mi sono messo con una persona divorziata, l’ho anche aiutata a superare le sue difficoltà. Perché so, adesso per esperienza personale, quello che significa avere conflitti coniugali apparentemente irrisolvibili.

 

Il video che oggi voglio commentare sembra dire: «Il divorzio non è poi così terribile se il bambino può sentirsi ‘a casa’ con entrambi i genitori». Ma questo non rende la cosa meno straziante. Lo sguardo della madre quando il bambino se ne va, il bambino che tutto solo rimette i colori nello stesso ordine… niente di quello mostrato dal video è facile da sopportare.

Il divorzio è un processo tremendo. Entrambi i partner pensano di non poter risolvere le proprie differenze e si arrendono davanti a ciò che sembra essere inevitabile: è meglio essere separati che stare insieme. La conclusione è: «È meglio un buon divorzio che un cattivo matrimonio». Se ci sono figli di mezzo, questo processo diventa ulteriormente doloroso: bisogna dirlo ai bambini, e poi affrontare il divorzio tenendo conto dei loro sentimenti.

La pubblicità arriva fin qui. Ma sebbene le intenzioni siano buone, non centra il bersaglio. Vuole offrire una eventuale attenuazione degli effetti del divorzio, realizzando per il piccolo un’abitazione totalmente identica nelle case di entrambi i genitori. È una magra consolazione, sarebbe come pensare che con un’aspirina si possa lenire il dolore di un arto amputato.

Bisogna riconoscere due cose: in primo luogo i bambini sono, come dicono gli psicologi, «costituzionalmente emotivi». Provano emozioni forti, sono esse a guidarli e a dirigere – quasi interamente – le loro azioni. Ecco perché non dovremmo sorprenderci che i bambini reagiscono quasi sempre piangendo o gridando. Il nostro lavoro di genitori consiste, nella maggior parte dei casi, nell’incanalare le reazioni spropositate affinché i bambini riescano a dominare i propri sentimenti. Come potrebbe un figlio comprendere un discorso che inizia con: «A volte i genitori litigano e non sempre riescono a risolvere i loro conflitti… ma sei troppo piccolo per capirlo». Se uno dei nostri figli litiga col fratello, lo costringiamo a convivere con lui in pace, in contrasto ai suoi sentimenti. E poi gli diciamo che ci sono dei conflitti che gli adulti non sono in grado di risolvere?

In secondo luogo, i bambini credono di essere onnipotenti. Quando nascono, scoprono di avere accanto due persone conosciute come “papà” e “mamma” che rispondono ad ogni loro lamentela senza fare domande, senza discutere? I bambini piangono? Gli cambiano il pannolino. Continuano a piangere? Gli danno da mangiare. Non importa come e perché si lamentino, ci sarà sempre uno dei due che ubbidirà. I bambini credono che siano loro a comandare.

E poi scoprono di poter gestire gli stati d’animo di queste due persone. Quando dicono “Mamma” o “Papà”, li commuovono al punto di farli piangere. Stesso discorso quando fanno i primi passi o spunta il primo dentino. Per non parlare di quando si ammalano: sul volto dei genitori si può leggere la preoccupazione per la salute dei figli. Le azioni dei bimbi portano gioia o tristezza ai genitori, portando i piccoli a pensare: “La felicità o la tristezza di questi due dipende da me”. Credono di controllare le nostre emozioni. Ecco perché, quando i genitori discutono, i bambini si sentono personalmente responsabili di quel litigio. Non importa di cosa stiano parlando, i figli percepiscono la tensione e pensano di esserne i responsabili. Per non parlare di quando sono loro il motivo del disaccordo.


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