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Gibuti, quelle buone alleanze tra cattolici e musulmani

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«Le relazioni con i musulmani sono cordiali, amichevoli, non di rado anche fraterne. Questo piccolo paese (è grande come la Lombardia) di soli 900mila abitanti ha goduto negli ultimi decenni di una apprezzabile stabilità politica che ha favorito un buon livello di coesione sociale. Certamente la qualità dei rapporti tra i credenti delle due religioni è migliore di quella che si registra nei paesi vicini, molto instabili: Eritrea, Somalia, Etiopia, Yemen».  

Siamo a Gibuti, capitale dell’omonimo stato africano, e con queste parole inizia il suo racconto Giorgio Bertin, francescano, 69 anni, vescovo della diocesi di Gibuti (l’unica del paese) da 15 anni e amministratore apostolico di Mogadiscio da oltre 25.  

Un piccolo gregge  

Gli abitanti sono in stragrande maggioranza musulmani sunniti (96%) mentre i cattolici sono circa 5mila, quasi tutti stranieri: vi sono etiopi fuggiti dal loro paese e il personale delle basi militari, che vive qui con le famiglie. Gibuti, situato all’estremità meridionale del Mar Rosso, vicino alla penisola arabica, è un paese povero e lo stato ha dato il benvenuto a ricche potenze straniere che desideravano avere un «pied-à-terre» in Africa in posizione strategica: nel corso degli anni sono state costruite basi militari da Francia, Italia, Spagna, Stati Uniti, Germania, Cina e Giappone.  

Le scuole cattoliche  

La diocesi guidata da padre Bertin può contare su venticinque religiosi e cinque sacerdoti; nella capitale sorgono la grande cattedrale e una seconda chiesa mentre nel resto del Paese vi sono quattro stazioni missionarie, ciascuna con la propria cappella. «Dalla popolazione musulmana siamo conosciuti e stimati soprattutto per l’attività della nostra Caritas e per i dodici istituti scolastici che gestiamo nel Paese e che sono frequentati complessivamente da 3.500 studenti», racconta padre Bertin: «Abbiamo scuole materne, elementari e medie dirette da personale cattolico nelle quali gli insegnanti sono in massima parte musulmani; alle elementari vengono pagati dallo stato che, apprezzando il nostro lavoro, ha voluto fare una convenzione con noi: difficilmente infatti, con le nostre risorse economiche, potremmo sostenere l’onere di tutti gli stipendi».  

A questi istituti si aggiungono il progetto «Scuola per tutti», che prevede un percorso scolastico per i bambini disabili (il primo e l’unico del Paese), un centro professionale e i centri di alfabetizzazione, frequentati da molti ragazzi che – a causa dell’indigenza delle famiglie, dell’età o di documenti incompleti – non possono accedere alle altre scuole.  

L’insegnante musulmana  

A Boulaos, quartiere popolare di Gibuti, sorge uno di questi centri, il Lec (acronimo di Lire, Ecrire, Compter) dove lavora Anissa Andillahai, 33 anni, musulmana, nubile, docente di Alfabetizzazione francese, che della sua esperienza dice: «Qui c’è affetto vero tra le persone, mi piace moltissimo lavorare in questa scuola cattolica per la qualità dei rapporti con gli altri insegnanti, con la direttrice cattolica, gli studenti e i loro genitori. Apprezzo molto la possibilità di ascoltare e prendermi cura dei ragazzi che vivono in povertà». E aggiunge: «In generale i miei rapporti con i cattolici sono veramente buoni, c’è grande comprensione e rispetto tra noi, come accade tra fratelli e sorelle. Nel Paese i gibutini rispettano molto il lavoro e la dedizione dei cattolici, li stimano perché entrambe le religioni professano la fede in un solo Dio».  

Il coinvolgimento di alcuni imam  

La Caritas Gibuti, piccola ma molto attiva, ha avviato progetti che vedono coinvolti in diversi casi imam e associazioni di volontariato musulmane. «Uno dei nostri primi interventi fu quello contro le mutilazioni genitali femminili, una pratica molto diffusa e radicata nella cultura locale», dice Bertin. «Temendo che il nostro impegno fosse interpretato come un attacco all’Islam spiegammo il nostro obiettivo a diversi imam e alcuni di loro decisero di accompagnarci nella lotta contro questa esecrabile tradizione. Dopo oltre 10 anni, nel 2007, abbiamo interrotto il progetto sia perché lo stato ha emanato leggi che puniscono chi pratica tali mutilazioni sia perché nel frattempo la mentalità ha cominciato a cambiare e altre organizzazioni hanno deciso di occuparsene».  

La collaborazione con le Ong locali  

La Caritas attualmente è molto impegnata nel recupero dei bambini di strada e nell’assistenza ai malati, ai quali vengono assicurati un primo soccorso e aiuti, anche economici, per accedere alle cure. Inoltre da anni promuove un programma contro la siccità: «La pioggia è oro a Gibuti, per questo abbiamo avviato la costruzione di cisterne che consentono la raccolta dell’acqua piovana», racconta Bertin. «Poiché non disponiamo di molto personale, lavoriamo insieme a volontari musulmani di alcune Ong locali, che hanno voluto condividere il nostro impegno, così come accadde anni fa quando varammo un programma per insegnare a pescare. Quella con le Ong è un’alleanza operosa che sta dando risultati molto soddisfacenti. E altrettanto buona è la collaborazione tra i cappellani militari cristiani e musulmani». 

Le difficoltà dei cristiani poveri  

Aggiunge Bertin: «Negli ultimi anni alcuni refoli del vento del fondamentalismo sono giunti anche a Gibuti, ma sino a oggi non hanno avuto diretta influenza sulla vita quotidiana dei cristiani e dei musulmani, che continuano a vivere insieme in pace. I cristiani più poveri lamentano alcune oggettive difficoltà: per loro è più difficile per esempio trovare lavoro (qui la disoccupazione è elevata) mentre i cristiani benestanti sono maggiormente stimati e rispettati. Anche in questo Paese, dove lo stato garantisce libertà di culto e uguaglianza tra i cittadini, il rispetto e la cura dei più deboli (sui quali è facile prevaricare) devono essere costantemente promossi». 

Dopo la strage di Charlie Hebdo  

Fra gli episodi che mostrano l’alleanza capace di accendersi tra cristiani e musulmani Bertin tiene a ricordarne uno, in particolare: «Dopo la strage compiuta dai terroristi al giornale satirico Charlie Hebdo nel 2015 ci fu una spontanea reazione di severo biasimo da parte non solo dello stato ma di tutta la popolazione. Organizzammo un momento di preghiera comune nella nostra cattedrale, che quella sera si riempì di persone, metà delle quali di fede islamica. Fu un momento importante di fraternità che ci vide concordi nel condannare il ricorso alla violenza nel nome di Dio». 

Insieme per dare speranza  

Le persone sinceramente religiose (di religioni diverse) che vivono insieme in pace offrono un contributo decisivo alla comunità umana, sottolinea Bertin: «Essi infatti mostrano che un mondo più fraterno e più giusto non è un sogno irrealizzabile: è possibile. Le religioni, quando vissute autenticamente, sono un bene prezioso per le società: sostengono la speranza di tutti, anche di chi non ha fede».  

Conclude Anissa Andillahai: «Penso che i fedeli di religioni diverse che vivono tra loro nella concordia possano offrire al mondo pace, felicità, gioia, aiutando il progresso e la lotta contro il veleno del terrorismo, le stragi e l’odio verso l’umanità». 

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