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Caritas: il muro di Trump esempio di un mondo in frantumi

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Un modo diviso e in pezzi, frantumato, spaccato per nazioni, razze, non solo ingiusto ma anche poco realizzabile, frutto soprattutto dell’emotività e rivolto al passato. E’ questo il giudizio che alcuni importanti esponenti della Caritas danno delle proposte del neo presidente americano Donald Trump su muri e migranti e in generale delle proposte di quei leader che affermano principi simili. In questi termini si sono espressi il cardinale Francesco Montenegro, presidente di Caritas italiana, e Luc Van Looy, presidente di Caritas Europa, a margine del seminario «Per un’Europa no exit – Un’unione dei diritti, dell’accoglienza, dell’inclusione» tenutosi a Roma. 

Nel corso della prolusione di inizio lavori, il cardinale ha poi fatto riferimento ai tanti muri che sorgono nel mondo, quello in Messico ma non solo, affermando che «questi muri sono macchiati di sangue innocente». La Brexit, ha aggiunto, è «frutto di una visione egoistica degli interessi nazionali e anche del timore che l’Ue non sia in grado di affrontare le tante crisi che attraversano l’Europa». Quindi ha ricordato i tre punti indicati dal papa per rifondare il vecchio continente: integrare, dialogare, generare. Il direttore di Caritas italiana, Francesco Soddu, ha spiegato come ci si trovi di fronte a un paradosso: l’Europa nata per allontanare la paura e i nazionalismi contrapposti, ora rischia una pericolosa inversione di marcia. Secondo Van Looy, «l’Europa brucia», e il mondo come il vecchio continente, sembra aver perso i riferimenti culturali, politici, spirituali, mentre la tecnologia e l’economia vengono prima dell’essere umano. «Migranti e rifugiati – ha aggiunto – sono spesso guardati come fossero essi stessi colpevoli della loro situazione».  

In merito ai progetti enunciati in modo chiaro dal neo neopresidente degli Stati Uniti, di erigere un muro fra Stati e Messico – rafforzando la barriera già esistente – e di rimpatriare milioni di messicani, il cardinale Montenegro esprime una valutazione critica ma ragionata:«In primo luogo – spiega a Vatican Insider – si resta sbalorditi, ma poi, detto con una battuta, io mi aspetto di vedere queste due-tre milioni di persone messe in fila davanti al metal detector per passare dall’altra parte e tornare in Messico». «Sono idee – aggiunge – che vedrà chi le propone se sono interessanti e utili, ma non mi sembrano realizzabili, perché i numeri ormai sono troppo consistenti e la domanda che mi pongo è: che significa globalizzazione con queste scelte? Allora è inutile schiacciare l’acceleratore della globalizzazione e alzare poi il freno a mano, la macchina non va». 

All’origine della crisi che stiamo vivendo, anche in materia di migrazioni, secondo Montenegro, c’è l’economia, è quest’ultima infatti «che sta determinando certe scelte, nella speranza di farsi tornare i conti. Ma alla fine i conti saranno per forza in rosso, perché da questa visione, da questo voler dividere il mondo in compartimenti stagni, a chiazze, come una scacchiera – qui ci sono io e qua tu -, non so davvero che mondo verrà fuori. Se oggi ci ritroviamo così frantumati e divisi è perché abbiamo un passato che è stato quello che è stato e ora vogliamo riproporlo per il futuro…» In questo senso i messaggi che lancia Donald Trump non guardano al futuro, ma sono rivolti al passato; le cose che dice il presidente americano, spiega il cardinale, «potrebbero essere anche di rottura, ma nella politica abbiamo assistito varie volte a questa successione: una volta saliva la destra e scendeva la sinistra, poi succedeva il contrario e così via». E tuttavia «in questo flusso e riflusso forse si è dimenticato di tracciare una linea per individuare un cammino, cioè per valutare l ’opportunità di certe scelte. Ci lasciamo prendere dalle emozioni, dall’emotività. E se dovessero rimandare indietro tutti gli italiani? Perché non ci poniamo un problema simile? Mandano via i messicani e poi magari un giorno diranno agli italiani: tornatevene indietro, poi lo diranno alle altre nazionalità. E che mondo sarebbe? Nello stesso modo noi diciamo che se ne devono andare via tutti gli immigrati». Quindi Montenegro ricorda che «anche la Svizzera, in momenti particolari, ha votato per il ritorno a casa loro degli italiani, e la stessa richiesta venne in altri momenti in altri Paesi europei. Ci piace tifare per chi fa determinate scelte ma poi sono scelte che ci ricadono sulla testa». 

La questione, evidentemente, è di carattere più generale, e riguarda il nesso che si è creato fra politica, consenso e crisi sociale; un punto sul quale Montenegro, da sempre attento alla questione migratoria, fa un ragionamento specifico. «Abbiamo lanciato la globalizzazione – spiega – allora mi chiedo perché il denaro si può spostare con un clic, perché le merci si possono spostare con un comando, e gli uomini non possono esser dentro questo spostamento generale». «D’altro canto – aggiunge – poi ci vorrà qualcuno che svuota i container, qualcun altro che potrà fare la spesa perché quel denaro poi possa rendere. Ecco la contraddizione che io non riesco a capire. Come può essere un mondo migliore mentre tutti hanno la palla al piede?» 

Il riferimento è anche al nostro Paese, al dibattito da cui è attraversato: «Quando in Italia ci sono 5 milioni di immigrati si guarda al problema che costituiscono, ma ci sono anche 5 milioni di emigranti; penso alla mia terra, ad Agrigento con 150mila emigranti, se dovessero tornare tutti indietro, in una terra dove non c’è un’industria, dove non c’è niente, dov’è che andrebbero a stare queste persone, cosa farebbero? Sarebbe meglio per chi li manda via ma da noi cosa accadrebbe? E questa gente che arriva e non saprà dove collocarsi, con le valige ancora fatte se ne andrà altrove». «Tutta l’immigrazione – osserva ancora l’arcivescovo di Agrigento – è frutto di un’ingiustizia dove i potenti, quelli che decidono a tavolino, fanno pollice verso a chi è povero e ha voglia di vivere. Un mondo di contraddizioni». 

Sulla stessa lunghezza d’onda ragiona Luc Van Looy, presidente di Caritas europea, che parte dal titolo del seminario, «no exit», per delineare un approccio diverso a tutta la questione: «Il fondamento è: che noi dobbiamo trattare le persone, non importa da dove vengano, come esseri umani, con una stessa responsabilità, uno stesso valore. Non si può giudicare un africano, un siriano, un italiano e un belga con criteri diversi». «Dunque – prosegue Van Looy – sappiamo che il problema esiste, che una nazione deve anche difendere i propri cittadini, e questo è normale. Ma bisogno andare più in profondità e dire: ci sono delle leggi umane, non nazionali o regionali, che devono essere rispettate». Il richiamo è al magistero di Francesco: «Il Papa direbbe ’sono tutti figli di Dio’, allora se sono tutti figli di Dio sono tutti fratelli miei; se sia africano, siriano, belga, italiano questo non cambia. E «no exit», significa che noi non abbiamo il diritto di decidere sul futuro di queste persone, ben sapendo che poi ci sono leggi che vanno rispettate». 

Il tema dei ’muri’ tornato alla ribalta con l’elezione id Trump ma già presente in Europa, viene pure analizzato dal presidente di Caritas Europa: «E’ un problema di fiducia reciproca, fiducia nazionale e razziale; queste cose sono collegate. E allora noi dobbiamo lottare affinché il rispetto sia un fondamento che valga per tutti. Il che non significa che io ho una ricetta per dire a Trump come deve fare, però le cose che ha detto Trump ci fanno veramente pensare se il mondo va verso l’unità o una spaccatura». Di fronte a scenari abbastanza cupi, monsignor Va Looy indica intanto due riposte possibili: «Il papa offre alcune chiavi: una è la famiglia, ovvero l’educazione dei figli, bisogna cominciare a educare pensando al futuro non al passato, un secondo aspetto è quello di non giudicare: non abbiamo alcun diritto di giudicare una persona, una nazione, un gruppo umano». 

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