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Gregorio III Laham: “Cristiani presenza necessaria in Siria”

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«Oggi, di fronte alle tragedie delle popolazioni dei nostri Paesi del Medio Oriente, in particolare in Siria e Iraq, siamo tutti in cammino verso il Golgota. Ma, come il cammino della croce ha portato alla risurrezione gloriosa, preghiamo per giungere, attraverso la via della Croce, alla gioia della Resurrezione».
È un accorato appello a non dimenticare i fratelli cristiani di quelle terre che stanno vivendo il dramma di un conflitto ancora senza via d’uscita quello lanciato oggi a Roma dal patriarca di Antiochia Gregorio III Laham intervenuto al Convegno presso il Pontificio Istituto orientale «Damasco prisma di speranza. Prospettive educative, attese e speranze del possibile ritorno alla città simbolo di un conflitto esteso a tutto il Medio Oriente», un evento internazionale che rientra nelle celebrazioni del centenario della fondazione dell’Istituto da parte di papa Pio XI.

Gregorio – che si è detto «orgoglioso di essere stato studente di questo prestigioso Istituto dove abbiamo anche scoperto la nostra identità orientale, la conoscenza della nostra storia, padri, spiritualità, teologia, diritto canonico e la liturgia…» – ha ricordato la sua Lettera pastorale per la Pasqua 2016 in cui il patriarca aveva accostato la via della Risurrezione a quella di Gerusalemme e Damasco. È da queste strade «strettamente legate, spiritualmente, teologicamente e geograficamente» che intravede un’opportunità di riappacificazione tra le religioni mediorientali. Con l’orgoglio di chi può dirsi «nato a solo nove chilometri a sud-ovest di Damasco», ricorda come Gesù sia nato in Palestina, morto e risorto a Gerusalemme, ma storicamente il luogo dove i suoi discepoli hanno dato vita al cristianesimo sia stato la Siria. Negli Atti degli Apostoli viene menzionata la presenza degli arabi, Paolo, nella Lettera ai Galati rievoca la sua conversione sulla via di Damasco testimoniando il primo fiorire della fede in Cristo in quelle zone.?

Se è vero che abbiamo tutti bisogno di prendere la strada di Gerusalemme, e di incontrare Cristo lungo la strada di Gerusalemme, allo stesso modo questo deve accadere sulla via di Damasco: due vie di Risurrezione. L’aveva ricordato anche papa Francesco nel corso della sua visita in Giordania (24 maggio 2014): «Una pace duratura per l’intera regione… richiede urgentemente una soluzione pacifica per la crisi in Siria, così come una giusta soluzione al conflitto israelo-palestinese», collegando proprio la strada per Gerusalemme con la via di Damasco.

«Oggi la via di Damasco – dice il Patriarca – è diventata la strada per la pace nel mondo, la pace per il nostro Paese e il mondo intero!». Se è da Damasco che il cristianesimo e l’annuncio della risurrezione si sono diffusi al mondo intero, «non è difficile da immaginare come oggi la via della risurrezione passi attraverso Damasco, tutta la Siria, e da lì verso l’Oriente, e per il mondo intero». È con rammarico che si deve constatare, ha continuato Gregorio, come, dopo cinque anni di violenza, guerra, distruzione e tanto spargimento di sangue, il mondo scopra ora la via di Damasco, la strada di Gerusalemme e la strada della Palestina.

Si tratta di strade che definisce «più importanti della Via della Seta, delle strade di petrolio e gas e degli itinerari di interesse culturale». Perché qui si tratta della «via della fede e dei valori della fede e del patrimonio culturale cristiano. La strada di Saul, la via di Paolo, il figlio spirituale di Damasco, vale a dire la strada della resurrezione».

Su queste strade i cristiani camminano insieme con gli altri fratelli di religione diversa perché è importante camminare insieme in una convivenza pacifica. «Siamo arabi, ma non musulmani; orientali, ma non ortodossi; cattolici, ma non latini» è questa quella che per lui è la «splendida definizione» della sua Chiesa data dal patriarca di Aleppo Neophytos Edelby (1920-1995) per indicare la propria singolarità, ma anche tutta la vicinanza con la Chiesa cattolica romana. Sono parole che spiegano la missione e il ruolo della Chiesa greco-melchita all’interno del mondo arabo a maggioranza musulmana, diventando talvolta anche Chiesa degli arabi.

«È la nostra unica, insostituibile missione e il ruolo, per quanto riguarda sia l’Ortodossia che la Chiesa di Roma. La Chiesa di Roma è veramente cattolica attraverso di noi e le altre Chiese orientali in comunione con colui che “presiede alla carità”», ha rivendicato con fierezza.

Questo il motivo, secondo Gregorio, che spiega l’importanza della presenza cristiana in Medio Oriente, una presenza oggi minacciata dall’emigrazione di massa – «un vero e proprio tsunami» – provocata dai conflitti in corso ormai da anni. Eppure si tratta di una presenza «necessaria» per tutti i cristiani: i fratelli di Siria intendono continuare a svolgere il loro ruolo unico e storico di essere la prova della Incarnazione, la presenza fisica di Cristo in questo contesto storico e geografico.

La loro scomparsa in Medio Oriente significherebbe la scomparsa della presenza di Cristo, che ha preso carne umana con fattezze di orientale. I cristiani di Siria, attraverso il loro corpo, la loro terra, le tradizioni e la geografia, sono quindi testimoni di e per Cristo, una sorta di «parentela» fisica con Gesù che definisce un ruolo specifico dei cristiani all’interno del mondo arabo in generale, e nello specifico in Libano, Siria, Palestina ed Egitto.

L’occasione del centenario dell’Istituto ha offerto al Patriarca l’opportunità di alcune proposte concrete: creare legami più stretti, sia dal punto di vista accademico che pastorale con i fedeli di rito orientale, introducendo moduli specifici nei programmi di studio o intensificando l’interscambio di studenti. Perché «Le parole dell’Occidente hanno bisogno delle parole dell’Oriente perché la Parola di Dio manifesti sempre meglio le sue insondabili ricchezze. Le nostre parole si incontreranno per sempre nella Gerusalemme del cielo, ma invochiamo e vogliamo che quell’incontro sia anticipato nella Santa Chiesa che ancora cammina verso la pienezza del Regno» (Lettera Orientale Lumen n. 28): lo scriveva Giovanni Paolo II nel 1995 indicando come la tradizione venerabile e antica delle Chiese orientali sia parte integrante del patrimonio della Chiesa di Cristo e l’aveva ricordato Bergoglio il 16 giugno scorso nel suo discorso ai partecipanti all’incontro sulle opere di aiuto per le Chiese orientali.

 

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