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Né la giungla, né le minacce, né la guerra sono riusciti a fermare questa suora

RAUL ARBOLEDA/AFP/Getty Images

Pablo Cesio - pubblicato il 10/11/16

È diventata un bersaglio militare, perché ha difeso le vittime del conflitto armato colombiano

Una vita segnata dalla guerra e dai proiettili. Così può essere definita in un certo senso l’esistenza di suor Rosa Cadavid, una religiosa appartenente alla Congregazione delle missionarie di Maria Immacolata e S. Caterina da Siena (conosciute anche come Laurite).

È difficile vivere nella giungla da missionaria. All’inizio non ne avevo il coraggio“, dichiara in un’intervista ai media colombiani.

La sua missione è stata sempre legata alle zone del conflitto causato dai guerriglieri colombiani. Come quando è stata nella Comuna 13, “dove fischiavano pallottole da ogni direzione”, riporta El Colombiano, uno dei giornali che ha parlato della sua storia.

Rosa voleva diventare monaca sin da piccola. Proveniente da una famiglia molto religiosa e con due fratelli sacerdoti, non poteva fare eccezione. Fu così che conobbe la missione delle Laurite.

“Quando conobbi l’opera di queste suore al servizio dei più poveri, degli emarginati, degli indigeni, mi sembrava meraviglioso. Grazie a Dio mi hanno accolta, ed oggi eccomi qui”, aggiunge.

Ma già durante i primi passi nella congregazione sentì che la sua chiamata andava al di là degli indigeni, analfabeti o istruiti che fossero. Era convinta di dover aver a che fare con la guerra, con i violenti, e prendere le parti delle vittime.

E fu dopo questa missione che trovò il coraggio di entrare nella giungla durante il periodo del conflitto, con tutto ciò che questo avrebbe comportato. Per molto tempo si occupò di cercare i corpi dei contadini scomparsi nella giungla e presumibilmente morti (sia per mano dei paramilitari che dei guerriglieri).

Il suo ruolo da protagonista la fece diventare un “obiettivo militare“. Salvò molte persone, aiutandole a scappare dalle zone di guerra verso Medellín o all’estero.

Per queste ragioni anche la stessa Rosa fu costretta ad abbandonare il Paese, dove è tornata qualche anno dopo per continuare il suo lavoro in una scuola. Ma ci fu qualcos’altro che la religiosa dovette affrontare: un incidente in autobus la rese invalida, costringendola sulla sedia a rotelle.

“È stato un momento difficile per me, ero tra la vita e la morte. L’incidente fu molto grave, sembrava non ci fosse niente da fare. Ma poi il Signore ha detto ‘no, c’è bisogno di te sulla terra’. E in un anno mi sono ripresa, dopo un periodo estremamente difficile. Ma sentivo di avere ancora qualcosa da dare alla società, alla comunità. Ero molto giovane, e mi dissi ‘devo fare qualcosa, anche se sono sulla sedia a rotelle. Non posso morire così’. La comunità, preoccupata per la situazione che stavo vivendo, mi chiese se fossi in grado di continuare a lavorare. Sapevamo che la violenza sarebbe potuta tornare, e offrii il mio aiuto”, dichiara la suora.

In questo modo, insieme ad un gruppo di collaboratori, Rosa si diede da fare per ricomporre il tessuto sociale della zona. Ma poi scoppiò nuovamente la guerra e la religiosa dovette, ancora una volta, prestare servizio a favore delle vittime.


LEGGI ANCHE: Colombia, padre Herrera: “La pace l’unica strada”


Tornò il pianto. Migliaia di sfollati, tanti rapimenti. Ma Rosa, sulla sedia a rotelle, rispose con coraggio a quella situazione di conflitto, che sembrava averla perseguitata per tutta la sua vita. E affrontò ancora una volta la giungla, le minacce e la guerra.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Valerio Evangelista]

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colombiadisabiliguerra
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