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Dottore, la prego: mi dica che mio figlio non ha un deficit cognitivo!

Aaron Gilson CC

Gelsomino Del Guercio - Aleteia - pubblicato il 10/11/16

Lo psicologo Aceti: la frenesia nei bambini è perché oggi sono sottoposti a troppi stimoli. Ma il problema cognitivo è legato alla percezione della realtà

Anche se forse non ci piace l’idea, dobbiamo capire che se i bambini non stanno fermi un momento, è normale. Stanno attraversando l’età in cui si scoprire e si sperimenta e noi non dovremmo tarparne le ali.

Purtroppo, però, negli ultimi tempi è sorto un fenomeno che salta all’occhio e che ci preoccupa: la “bimbofobia” (www.guarda.link, 11 settembre).

Da un po’ di tempo, è aumentata la quantità di offerte alberghiere molto specifiche, in cui si offrono soggiorni “child-free”, cioè senza bambini. Lo stesso accade ormai anche in diversi bar e ristoranti. Si tratta di un’offerta diversa, volta a tutti coloro che vogliono trascorrere un momento di pace lontano da presenze infantili.

Lo psicologo dell’età evolutiva Ezio Aceti premette ad Aleteia che il comportamento di un bambino che si agita, è in movimento, è frenetico, piange, grida, «non si rivelava con questa intensità alcuni decenni fa». E’ l’emblema di «come siano diversi i bambini di oggi da quelli di trenta o quaranta anni fa». Questo accade essenzialmente per un motivo: «oggi i bambini sono sottoposti a molti più stimoli: si stima che tali stimoli ogni giorno siano 47 volte in più rispetto ad una generazione fa».

DUE CONSEGUENZE

Le conseguenze, prosegue Aceti, sono due: «la prima: i bambini sono capaci di mettere in atto più cose contemporaneamente; la seconda: i bambini fanno fatica a sostare ed approfondire un singolo stimolo, cioè fanno fatica a stare nella realtà».

“FIGLI DI FACEBOOK”

In questo contesto, «si fa più fatica a distinguere il bambino iperattivo perché sottoposto a più stimoli, da quello che invece è frenetico a causa di un deficit intellettivo. Entrambi, ad esempio, vogliono controllare la realtà, hanno tempi di attenzione limitati, sono figli di facebook e degli altri social network, sono “nativi digitali”».

PUNTI (NEGATIVI) IN COMUNE

Ciò che contraddistingue entrambe le categorie, «a causa della marea di stimoli che ricevono in ogni momento, è la carenza di autonomia nel mondo in cui si trovano».

Il bambino, prosegue lo psicologo, «è come un asinello che ha sulle spalle un macigno enorme. La soluzione non è togliere il macigno, ma rinforzare l’asinello. Dai 4 anni in avanti, in particolare, l’educazione dei bambini è oggi “femminilizzata”. La figura materna li lascia poco autonomi. L’assenza del padre determina una incapacità a stare nella realtà: c’è bisogno di regole, etica. Tant’è che tra gli insegnanti delle scuole elementari si sente sempre la stessa lamentela: cioè che sono iperattivi, non stanno mai seduti, urlano, si lamentano. Gli insegnanti accusano sempre più i bambini di essere agitati. Questo perché si fa troppo poco per renderli autonomi da piccoli».

LA COMPRENSIONE DELLA REALTA’

Ora, tra questi bambini, sottolinea Aceti – che coordina un gruppo di psicologi titolari di Sportelli di ascolto nelle scuole – ce ne sono «alcuni nati con un deficit di attenzione che li rende più agitati rispetto ad altri bambini, e, a causa di ciò, fanno ancora più fatica a stare nella loro realtà. Essi hanno difficoltà a comprendere tutte le variabili della quotidianità. E si comportano in maniera frenetica in tutti i contesti perché hanno una difficoltà di percezione della realtà. Gli altri, invece, sono iperattivi solo in determinati contesti».

I LIMITI DELLA SCUOLA

Per questi bambini con deficit cognitivi «sono necessarie strategie pedagogiche, metacognitive che aiutano a comprendere la realtà così come è. La scuola oggi fatica ad aiutare questi bambini nell’apprendimento. Manca una formazione sulla psicologia dello scolaro, né i genitori si impegnano nell’alfabetizzazione genitoriale. Ecco perché si fa una gran fatica ad educare i bambini».

Il sogno, conclude lo psicologo, «è che in tutti i comuni d’Italia genitori e insegnanti si formino presso psicologi per sapere come “funziona” l’educazione dei loro figli quando sono piccoli».

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