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Indonesia, sotto tiro il governatore cristiano di Giacarta

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L’obiettivo numero uno è lui, Basuki Tjahaja Purnama detto “Ahok”, il governatore di Giacarta che è di etnia cinese e di religione cristiana protestante. Ma la violenta campagna di diffamazione orchestrata in modo pretestuoso da gruppi estremisti islamici, che nei giorni scorsi hanno inscenato un massiccia manifestazione per le strade della capitale indonesiana, ha come ultimo destinatario il presidente Joko Widodo in persona, che di Ahok è estimatore e sostenitore.  

«Si tratta dunque di un tentativo di destabilizzare il paese attraverso l’uso politico della religione», denuncia a Vatican Insider Benny Susetyo, prete cattolico di Giacarta, oggi segretario generale del noto centro-studi Setara Institute, che promuove la democrazia e i diritti umani nell’arcipelago delle 18mila isole, il paese musulmano più popoloso al mondo, con circa 260 milioni di cittadini, all’85% di fede islamica.  

Saranno dunque due settimane convulse in Indonesia, nazione nota per la sua declinazione dell’islam aperto, tollerante e pluralista, magistralmente condensata nel motto nazionale «unità nella diversità». Nei prossimi quindici giorni, infatti, la polizia dovrebbe incriminare o scagionare Ahok, accusato di aver vilipeso l’islam in un discorso del 6 ottobre. Il governatore, subentrato alla guida della regione più importante del paese dopo che Widodo, di cui era il vice, è salito alla presidenza, ha annunciato la sua candidatura e ha avviato la campagna elettorale per il voto del prossimo febbraio. 

Sulla base della presunta blasfemia, gli estremisti del Fronte dei difensori dell’islam hanno fatto appello alla piazza, portando per le strade della capitale oltre 100mila militanti, soprattutto giovani. La manifestazione del 4 novembre ha lasciato la nazione col fiato sospeso per una giornata, tra imponenti misure di sicurezza, mentre i militanti vestiti di bianco hanno invocato la punizione e la morte di Ahok. 

Grazie al tam tam sui social network, e data la materia sensibile, il Fronte ha avuto buon gioco nel riunire i fedeli davanti alla centralissima moschea Istiqlal, la più grande di Indonesia, marciando poi verso il palazzo presidenziale in segno di sfida, prima che sparuti gruppi si scontrassero con gli agenti. Un morto e alcuni feriti è il bilancio definito dalla polizia “positivo”, date le possibili massicce derive violente della protesta.  

«Siamo in un momento delicato per la nazione. I gruppi radicali hanno rialzato la testa. Si vedono, soprattutto sul web, persone e gruppi che inneggiano perfino allo Stato Islamico e al Califfato mediorientale. I discorsi manipolatori fanno presa sui giovani», rileva Susetyo.  

Ahok è un 50enne cristiano di etnia cinese, viso pulito e simpatico, un parlare schietto dietro occhiali che fanno un look da persona perbene. E’ un politico che ha fatto del rispetto, della moderazione e della legalità il suo biglietto da visita nell’agire politico, tenendo come bussola la Pancasila, ovvero la carta dei cinque principi che sono alle base dell’Indonesia democratica. 

Non sono molti i politici cristiani in Indonesia, e Ahok nei tre anni scorsi si è e distinto per trasparenza, capacità, onestà e buon governo che gli sono valse la stima di una larga fetta della popolazione della provincia.  

Ahok è caduto in una trappola tipica del meccanismo drogato della comunicazione mediatica e ha poi chiarito la sua posizione, ma la campagna partita a valanga sui social network come Facebook si è ingrossata in modo compulsivo e irrazionale.  

Un mesa fa l’episodio incriminato: il governatore, in un discorso agli elettori, aveva risposto ad alcuni leader islamici che avevano invocato la sura Al Maidah del Corano, invitando i cittadini musulmani a non scegliere governanti ebrei o cristiani. Ahok si era serenamente limitato a ricordare il legittimo diritto a votare per lui, a discapito di quanti stavano facendo un uso politico della religione.  

Un video ripreso col cellulare, selettivamente editato e subito caricato su Facebook, aveva trasformato quel riferimento in vilipendio all’islam: in men che non si dica è montata la campagna contro il presunto blasfemo. E a ben poco è servita la pubblicazione del video-intervento integrale, che scagiona del tutto il governatore. 

«L’episodio mostra quanto i giovani siano influenzabili dai social network e come i radicali si servano della fede e della tecnologia per screditare gli avversari politici», nota Susetyo. 

Un ultimo elemento si rivela allarmante: «Mi sarei aspettato – conclude – che le grandi associazioni musulmane dell’Indonesia come Nahdlatul Ulama e Muhammadiyah si esponessero, condannando l’uso strumentale della religione e i gruppi radicali. In questa vicenda sono state troppo timide».  

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