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“Dobbiamo essere duri con questa Europa che ci lascia soli”

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Domani, lunedì 7 novembre, il cardinale Angelo Scola, dal 2011 arcivescovo di Milano, compie 75 anni e come tutti i vescovi è tenuto a presentare la rinuncia al Papa. Lo incontriamo a casa sua, in piazza Fontana, in una grigia mattinata autunnale. 

Perché ha invitato il Papa a Milano e che cosa si aspetta dalla sua visita?  

«Il compito del Papa è confermare i fratelli nella fede. Ne abbiamo un gran bisogno anche come diocesi di Milano. Confermare nella fede significa aiutarci ad affrontare la realtà così com’è, verificare la nostra capacità di essere Chiesa in uscita verso le periferie, nella vita quotidiana di ogni uomo. Sto facendo la visita pastorale: è commovente nel popolo il continuo riferimento al Papa. Sono sicuro che da Francesco riceverà impulso anche l’azione nella società civile: i Dialoghi di vita buona; il Fondo per individuare nuovi posti di lavoro per chi l’ha perduto; l’immigrazione; la lotta contro l’emarginazione che a Milano è molto più diffusa di quanto non sembri. Chiederemo al Papa indicazioni pastorali basate anche sulla sua esperienza di Cardinale latino-americano». 

Qualche anticipazione sul programma?  

«Ci sarà una grande messa con i fedeli di tutta la Lombardia, un incontro con i sacerdoti e i religiosi e le religiose, la visita a una periferia e ad un carcere». 

La Chiesa italiana si è sintonizzata con Francesco dopo tre anni di pontificato?  

«Nel popolo, certamente. Basterebbe il dato dell’incremento delle confessioni per il Giubileo. In Duomo non ci sono state pause, neanche in estate. Certo, poi ci sono alcuni che si assumono la responsabilità di avanzare delle riserve sul Papa, anche se in Italia mi sembra che siano molto minoritari. Il Papa è un dono grande, soprattutto per noi europei che di cambiamento avevamo un gran bisogno. Dobbiamo evitare di ridurre la sua azione a slogan e non dobbiamo scimmiottarlo, anche noi vescovi: ognuno sia se stesso come il Papa ci chiede. Non è una cosa facile, richiede atteggiamento di conversione». 

Lunedì 7 novembre lei compie 75 anni, l’età in cui in vescovi presentano la rinuncia. Quando lascerà? E come vive questo momento?  

«Lo vivo con serenità. Invecchiando, una cosa si fa sempre più evidente: si vive al cenno di un Altro. Del futuro non so ancora nulla, qualsiasi cosa il Papa decida, sono pronto. Sono tranquillo e… non mi mancherà il lavoro». 

Ci sarà lei ad accogliere Francesco il 25 marzo?  

«Penso proprio di sì, questo credo di poterlo dire». 

Una difficoltà che ha vissuto di questi anni a Milano?  

«In una mega-diocesi come questa si fa fatica a vivere i rapporti faccia a faccia. Da questo punto di vista ammiro molto il modo di muoversi del Papa. Ho trovato grande consolazione nelle 46 assemblee decanali già svolte per la visita pastorale, perché lì il faccia a faccia si realizza».  

Che cosa dovrebbero fare le Chiese europee di fronte alla secolarizzazione?  

«Bisogna farla finita con la mistica depressiva sui “lontani” e sulle strategie dei cristiani per raggiungerli. Gesù è venuto a condividere il quotidiano, nessuno è “lontano” dall’esperienza umana del lavoro o degli affetti. Bisogna vivere la propria vita secondo i sentimenti e il pensiero di Gesù, e comunicarlo con semplicità, senza affidarsi a progetti astratti fatti a tavolino e senza pararsi dietro al “si è sempre fatto così”». 

Come vede oggi la città di Milano il suo arcivescovo?  

«Vedo una decisa volontà di cambiamento. Ci sono fattori interessanti che provengono dalla società civile. Penso a Expo, al manifestarsi di nuove forme di lavoro o alla ripresa di un certo gusto a trovarsi insieme: guardiamo per esempio, al fenomeno della Darsena. Qualcosa di simile avveniva negli anni Sessanta: mi ricordo che alle sette di sera piazza Duomo si riempiva di gente che discuteva di qualsiasi cosa. C’è voglia di una nuova Milano. Resta però sempre il rischio di lasciar da parte la questione del “senso del vivere” che, per noi cristiani, è la questione della fede». 

E la politica, a Milano e in Italia?  

«C’è da chiedersi che cosa sia la politica oggi. A partire da “casa nostra”. Sono personalmente convinto che il cattolicesimo politico sia finito. Questo si lega alla crisi dei partiti. I cattolici devono inventare altre modalità di partecipazione».  

Quali forme?  

«Il tema della dignità della persona, dei suoi diritti e dei suoi doveri, le leggi connesse a questi diritti, delle libertà realizzate, della solidarietà, della sussidiarietà… Sono tanti lampioni accesi. Però è come se non fossero accesi ai bordi di una strada tracciata. Gli strumenti per renderli praticabili sono in mano al pulviscolo delle associazioni di volontariato che rappresentano la vera ricchezza della società civile milanese. Ma non si vedono ancora all’orizzonte forme di politica adeguate a questo cambiamento». 

Che cosa pensa delle reazioni di rifiuto dei migranti che si sono verificate nelle ultime settimane?  

«Noi educhiamo e spieghiamo troppo poco, così diventiamo preda di strumentalizzazioni. Siamo di fronte a un processo storico, i dati Onu ci parlando di decine di milioni di esseri umani in movimento in tutto il pianeta. La storia non ci domanda il permesso di innescare i processi. Ci chiede però di intervenire per orientarli. È questione di responsabilità».  

Come risponde la Chiesa?  

«Con l’atteggiamento del Buon Samaritano, nell’immediato: arrivi e ti aiuto. Diverso è il compito della politica. Serve una sorta di piano Marshall almeno a livello europeo per affrontare il problema, sia nei paesi di partenza come nei nostri. A Milano sperimentiamo l’accoglienza diffusa: 4 o 5 persone per parrocchia o associazione. Questo rende tutto più praticabile. Parrocchie, associazioni e Caritas ne accolgono circa 3.000. Il nostro popolo di fronte al bisogno si mobilita. Ho fiducia in questi percorsi di integrazione, anche se chiederanno tempo. Le reazioni scomposte sono inevitabili, ma non vedo una deriva razzista nella nostra gente».  

Che cosa pensa dell’atteggiamento della Ue?  

«Noi italiani dobbiamo essere molto duri con questa Europa perché ci sta lasciando soli. È un sintomo molto brutto per il futuro del continente, non vorrei che fosse il sintomo di una malattia mortale. La crisi dell’Europa è clamorosa».  

Che cosa può dire dell’emarginazione nascosta che esiste a Milano? Si parla di 13 mila poveri…  

«Credo siano purtroppo molti di più. Nella prima grande periferia non c’è parrocchia senza un nucleo emarginato. Non ci sono le favelas, ma c’è comunque gente che non riesce a mettere insieme due pasti al giorno. Oppure ci sono situazioni come quella che ho visto alle Case Bianche, con anziani immobilizzati al nono piano perché l’ascensore non funziona. Questo ha fatto fiorire un volontariato generoso. Penso a situazioni di degrado in quartieri come San Siro o Turro. Tanta gente che si impegna. Il Banco alimentare, ad esempio: milioni di persone che usufruiscono del cibo recuperato. Il popolo di fronte al bisogno si mobilita, ma occorre anche essere educati, ad esempio, a non sprecare il cibo. Il sindaco Cacciari mi disse che il Comune senza l’aiuto della Chiesa non potrebbe garantire un welfare sufficientemente articolato. Ma il nesso carità-cultura ancora non si vede. È spesso generosità che fa fatica a diventare mentalità». 

I recenti terremoti hanno fatto dire a qualcuno che si tratta di una punizione divina. Che cosa risponde?  

«Gesù ha già dato una risposta, parlando del crollo della torre di Siloe, che uccise 18 persone: “Credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No…”. Non sostituiamoci a Dio nel ruolo del giudice. Queste terribili occasioni sono chiamate a generare comunione cristiana e amicizia civica. Sono una provocazione a porci le domande vere, alla conversione personale, comunitaria e sociale. Un motivo di maggiore abbandono al mistero divino. Tocca a noi chiederci se viviamo bene il nostro rapporto con Dio, con gli altri, con noi stessi, con il creato. Mi ha colpito la generosità dei milanesi: le parrocchie hanno raccolto un milione mezzo di euro, più mezzo milione la Caritas». 

Ha visto le prime puntate di «The young Pope»? Che cosa ne pensa?  

«Ho guardato qualche spezzone. È un film di fantasia. Ci sono luoghi comuni ben celati da una fantasia sbrigliata e da una straordinaria tecnica filmica». 

Una versione ridotta di questa intervista è stata pubblicata nell’edizione odierna del quotidiano La Stampa  

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