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Aoun eletto Presidente. Il Libano alla prova del “grande Compromesso”

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Nel giugno scorso, davanti al sacerdote maronita Rouphael Zgheib che gli chiedeva quando avrebbe compiuto una visita apostolica in Libano, Papa Francesco si smarcò con una contro-domanda ammiccante: «E voi libanesi» replicò il Vescovo di Roma al direttore delle Pontificie Opere missionarie in Libano «quando eleggerete il vostro Presidente?». La vacatio della carica presidenziale nel Paese dei cedri è durata quasi due anni e mezzo, e i protocolli diplomatici vaticani escludono viaggi papali in nazioni bloccate da una simile paralisi istituzionale. Ma adesso quell’argomento usato da Papa Francesco non vale più. Da lunedì 31 ottobre, il Libano ha scelto come nuovo Presidente l’ex generale Michel Aoun, cristiano maronita. Tutta la macchina istituzionale libanese sembra rimettersi in moto, con il mandato di Premier affidato il 3 novembre dallo stesso Aoun al sunnita Saad Hariri per formare un nuovo governo. E la svolta libanese offre chiavi di lettura non scontate per guardare alle convulsioni presenti e ai possibili futuri assestamenti del Medio Oriente.  

Il Libano ha vissuto l’ultima paralisi delle sue istituzioni politiche mentre la Siria veniva devastata dalla guerra e i jihadisti dello Stato Islamico si insediavano anche a Mosul e nel nord Iraq. Oltre i confini libanesi si sono riversati un milione e 200mila profughi siriani. Ma la debolezza della compagine nazionale è miracolosamente sopravvissuta al contagio della guerra settaria che incrudeliva appena di là dal confine. 

La “formula” libanese prevede la partecipazione egualitaria di cristiani e musulmani a livello del Parlamento, del governo e delle cariche istituzionali. E il delicato equilibrio del sistema riserva la carica presidenziale a un cristiano maronita. I blocchi contrapposti che da anni dominano la scena politica libanese dividono trasversalmente anche i Partiti cristiani. Il Movimento Patriottico Libero, fondato da Aoun, rappresenta il Partito più votato dai cristiani, e fa asse con il Hezbollah, il Partito sciita dotato di un suo esercito confessionale, collegato all’Iran e schierato anche militarmente con il regime siriano. Una convergenza che affonda le radici negli anni Novanta del secolo scorso, ma si è consolidata in occasione della guerra con Israele, nel 2006. Sul fronte opposto, sigle cristiane come le Forze Libanesi hanno stretto da anni alleanza con il Partito sunnita “Futuro”, guidato da Saad Hariri, nella “Coalizione 14 marzo”, appoggiata dall’Arabia Saudita e ostile alla Siria di Assad. 

Dopo la fine della presidenza di Michel Sleiman (maggio 2014) le contrapposizioni hanno provocato lo stallo e dato inizio a un logorante vacuum presidenziale, con innumerevoli convocazioni di voto andate a vuoto per assenza del quorum richiesto, a causa del costante boicottaggio messo in atto soprattutto da Hezbollah. Per Aoun, la strada della Presidenza si è aperta soprattutto grazie a clamorosi ribaltoni che hanno stravolto il sistema delle alleanze vigenti. Lo scorso gennaio era stato Samir Geagea, leader delle Forze Libanesi, a annunciare l’appoggio del suo Partito alla candidature dell’ex generale, suo nemico politico da decenni. Ma a spostare l’ago della bilancia è stata la convergenza a sostegno di Aoun dei sunniti di “Futuro”. Così in appoggio a Aoun Presidente si è coagulata una “grande coalizione” trasversale, formata dai più influenti partiti sciita, sunnita e cristiano maronita.  

L’82enne Aoun è una figura complessa e non certo “minore” della recente vicenda politica libanese, emblema vivente di un modus operandi segnato da clamorosi cambi di alleanze, in uno scenario dove i nemici mortali di ieri possono diventare i compagni di strada di oggi. Alla fine degli anni Ottanta, nell’ultima fase della guerra civile, era lui il portabandiera della reazione libanese contro il predominio delle forze armate siriane nel Paese dei cedri. A quel tempo, contro i siriani Aoun aveva accettato l’aiuto anche militare del leader iracheno Saddam Hussein, grande nemico del Rais di Damasco Hafez al Assad. Dal 1990 al 2005 Aoun ha dovuto lasciare il Libano invaso dall’esercito siriano e andare in esilio in Francia. Al suo ritorno in Patria, nel 2005, Ha fondato il Movimento Patriottico Libero e cambiato radicalmente la rete delle sue alleanze: da quel momento inaugura l’asse privilegiato con Hezbollah, ricuce i rapporti con la Siria di Bashar al Assad. I suoi cambi di fronte e le alleanze strette con leader e forze politiche inserite nelle “liste nere” delle diplomazie nord-atlantiche (tra gli entusiasti della sua elezione c’è anche il Presidente russo Putin) lo espongono a critiche feroci in parecchi circoli occidentali. Ma applicare solo a Aoun l’etichetta di equlibrista spregiudicato è sintomo di scarsa dimestichezza con le alchimie politiche libanesi, riscontrabili anche nella presenza di tanti ex “nemici mortali” tra i grandi elettori che gli hanno dischiuso le porte del Palazzo presidenziale. 

L’elezione del Neo-Presidente Aoun può aprire non solo in Libano una pagina nuova, segnata da diverse incognite. Dal 1990 fino a oggi, dopo l’accordo di Taif che ha stabilizzato l’equilibrio libanese dopo la guerra civile, i giochi tra i Partiti hanno sempre scelto per la carica presidenziale figure di garanzia, politicamente poco influenti, e il baricentro del potere rimaneva nelle mani del Premier e del Presidente del Parlamento. Aoun, da Capo di Stato, può contare su una base politica considerevole, che gli consentirà di esercitare maggior protagonismo politico, visto che il Partito da lui fondato esprime la rappresentanza parlamentare più consistente tra le forze politiche cristiane. La sua lunga esperienza, iniziata come capo militare nel Libano ancora stravolto dalla guerra civile, lo rende avvezzo alle dinamiche anomale della politica libanese. E i passaggi che hanno portato alla sua elezione possono tutti essere posti sotto l’insegna del “compromesso” dell’accomodamento tra forze e interessi contrapposti che vengono a patti rinunciando a una parte delle loro pretese.  

A livello regionale, l’elezione di Aoun è stata letta come un segnale della diminuita influenza politica dell’Arabia Saudita nel quadrante mediorientale. Ma in realtà anche la potenza regionale sunnita è stata coinvolta, ha dato il suo consenso alla svolta, appoggiando la scelta del sunnita Saad Hariri, suo punto di riferimento in Libano, che è stato subito incaricato da Aoun di formare un nuovo governo. Samer el Sabhan, responsabile saudita per gli Affari esteri, era a Beirut nei giorni precedenti all’elezione di Aoun per fitte e e rassicuranti consultazioni con lo stesso Aoun e una lunga lista di leader politici e rappresentanti delle istituzioni libanesi. Dal canto loro, anche gli sciiti di Hezbollah hanno fatto andare avanti le cose. E nelle trattative riservate per far quadrare tutto si è ritagliato un ruolo speciale il 46enne Gebran Bassil, genero di Aoun e leader del Movimento patriottico Libero.  

«Il compromesso e il bilanciamento tra le forze» rimarca padre Rouphael Zgheib «è sempre stato la formula risolutiva di ogni passaggio chiave della storia libanese. Nessuno domina in maniera assoluta, e nessuno viene escluso. Ognuno rinuncia a qualcosa, ma guadagna qualcosa di più di ciò a cui rinuncia».  

Negli ultimi anni, il settarismo fomentato in tutta l’area mette in affanno la multiconfessionalità libanese. La partnership paritaria tra cristiani e musulmani nella gestione politica del Paese, fissata dagli accordi di Taif, non corrisponde più agli equilibri demografici del Paese, modificati dall’aumento numerico e dal rafforzamento socio-politico della componente sciita.  

Da leader del Movimento patriottico Libero, Aoun si è sempre voluto presentare come un battagliero difensore delle prerogative anche politiche dei cristiani nel Paese dei cedri. «Il Presidente cristiano deve essere rappresentativo della sua comunità, e non essere solo il candidato del consenso tra sanniti e sciiti» diceva a giugno in un’intervista a Famille chrétienne alludendo alla sua candidatura presidenziale. Nel marzo 2015 aveva lanciato anche un appello perché in Libano fossero accolti con particolare cura i profughi cristiani provenienti dalla Siria, e aveva definito «criminale» lo «sradicamento sistematico» delle comunità cristiane che «vivono da sempre in Oriente». Nel contempo, in questi anni Aoun ha dato prova di saper gestire alleanze politiche con realtà dalla forte caratterizzazione identitaria, a cominciare dagli sciiti di Hezbollah, il «Partito di Dio». I prossimi anni libanesi si misureranno con la scommessa – e l’incognita – di una classe politica per molti versi screditata, ma chiamata giocoforza anche a riconoscere e gestire il peso delle appartenenze confessionali, arginando il settarismo e il tribalismo che hanno fatto esplodere Siria e Iraq. Giocando di sponda con gli equilibri regionali e internazionali Fuori dalla pretesa di imporre a tappe forzate registri politici di matrice occidentale. E tenendo conto che i criteri universali di cittadinanza e uguaglianza davanti alla legge vanno perseguiti e progressivamente realizzati fuori da ogni astrazione, nel “corpo a corpo” con il Paese reale.  

Nel cammino che attende l’intero popolo libanese è chiamata a offrire il suo contributo di saggezza storica e realismo anche la Chiesa maronita, poco incline a chiudersi nel ghetto della “minoranza” intimidita e lamentosa: «I cristiani mediorientali» ha detto in un’intervista a Vatican Insider il Patriarca maronita Béchara Boutros Raï «riconoscono i limiti, rispettano le leggi e le autorità costituite. Sanno bene di vivere in Paesi dove l’islam è religione di Stato, la Sharia e sorgente principale delle leggi. Desiderano le riforme, certo. Ma rispettano i tempi della storia». 

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