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Guinea, il nunzio: “Ebola e crisi? Non perdiamo la speranza”

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Affacciata sull’Oceano Atlantico, la Guinea è stata la prima nazione ad ottenere nel 1958 l’indipendenza dalla Francia, della quale era una colonia fin dal 1890. La sofferenza odierna è, quindi, figlia di una situazione che parte da lontano per una nazione «sfruttata e poi abbandonata». Monsignor Santo Gangemi, nunzio apostolico della Guinea Conakry, non si rifugia certo nel politically correct per definire le mancanze di un territorio che «ha bisogno di molto, ma soprattutto ha bisogno di speranza! Può avere i mezzi per risalire la china e tornare ad essere veramente un Paese sviluppato: agricoltura, miniere, pesca e anche turismo possono contribuire al suo benessere».  

I quasi due anni di Ebola hanno inciso sull’economia. «Gli investimenti – spiega Gangemi, nunzio anche in Mali – si sono arrestati e la maggior parte dei business men è scappata. Si applica a piene mani il brocardo latino non progredi, regredi est!». Gli sforzi del Governo da soli non sono sufficienti, sono «utili e necessari per un’economia di sostentamento, non di sviluppo».  

Molti giovani tentano la via della fuga: «È una situazione da affrontare e soprattutto da arginare; bisogna evitare il rischio di una migrazione senza quartiere e soprattutto senza futuro, ma ancor più evitare di cadere nelle mani di persone senza scrupolo che offrono una facile via di uscita ai margini della legalità, quando non contro la legalità. La Guinea ha bisogno di una progettualità a lungo termine, anche, forse soprattutto, attraverso investimenti stranieri che abbiano a cuore sia l’interesse personale sia lo sviluppo sociale».  

Sono tanti i progetti in campo anche dal punto di vista ecclesiale. «Sogno la realizzazione di piccole micro imprese, soprattutto nella parte interna della Guinea, che possano incrementare l’agricoltura, aiutando non solo nella produzione, ma anche nella conservazione e nella commercializzazione di quanto si produce». In occasione dell’Anno Santo straordinario, non sono state avanzate delle iniziative particolari, perché «il Giubileo è arrivato alla fine dell’Ebola. E dare speranza e far sentire la vicinanza misericordiosa della Chiesa – continua – sono già un progetto e un impegno di non poco conto».  

Sullo sfondo le tensioni del passato, anche se la presenza di una Commissione Provvisoria sulla Riconciliazione Nazionale (CPRN), i cui due co-presidenti sono El hadji Mamadou Camara, Gran Imam della Moschea Fayçal di Conakry, e monsignor Vincent Coulibaly, arcivescovo di Conakry, è un buon segnale di riconciliazione. «La scelta stessa di coinvolgere l’Arcivescovo mostra la stima di cui gode la minoritaria Chiesa cattolica». Su una popolazione di circa 10 milioni di abitanti, la percentuale di cristiani si ferma al 10%, di questi il 7% sono cattolici. «Siamo veramente un pusillus grex, però con una grande forza morale, riconosciuta da tutte le componenti sociali. I cristiani in Guinea sono fieri di esserlo, non hanno paura a manifestarsi tali e, usando forse una formula molto inflazionata, oltre ad essere credenti sono credibili. La loro presenza nelle strutture governative, statali e professionali è ben apprezzata, oltre che per la preparazione e l’impegno anche per l’affidabilità e la correttezza».  

La differenza risiede nella capacità di non inseguire «un messaggio integralista» e di «coniugare veramente l’evangelizzazione e la promozione umana. Qui l’annuncio missionario si realizza più con i fatti che con le parole e questo diventa anche attrattivo e stimolante. In questo contesto si percepisce maggiormente lo spirito della prima comunità cristiana, che faceva adepti solo “per come si amavano”».  

Positiva anche la convivenza con l’Islam, che come le religioni tradizionali, convive «non solo nella porta accanto, ma anche nella stessa famiglia. Indubbiamente non mancano casi puntuali di contrasti, ma bisogna riconoscere che il più delle volte è difficile dipanare le questioni religiose e tribali o sapere se i contrasti siano scaturiti dalla libera iniziativa di un singolo o da un piano programmato e prestabilito da altri». La Chiesa non resta con le mani in tasca, perché «qui fare pastorale vuol dire “rimboccarsi le maniche”. La pastorale di conservazione non dà frutti, ci vuole una pastorale missionaria ». I sacerdoti sono poco più di 100 (pochi i religiosi) e spesso sono costretti a coprire territori molto vasti. «Bisogna, però, riconoscere che non si lasciano sopraffare dai problemi logistici (acqua, luce, strade…); sono pienamente impegnati e con tanto zelo. Oltre all’impegno apostolico vero e proprio, c’è anche quello culturale e sociale, ben apprezzato da tutti, cattolici e non». E anche questi sono segni concreti di speranza

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