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Vescovo Barron: 3 lezioni per i giovani cattolici

Jeffrey Bruno

mons. Robert Barron - pubblicato il 04/11/16

La maggior parte dei cattolici non capisce che la sua vocazione è portare la propria fede nelle scuole, sul posto di lavoro, negli ambienti governativi, negli stadi, per strada

La scorsa settimana ho avuto il privilegio di parlare a circa 9.000 studenti delle scuole cattoliche medie e superiori dell’arcidiocesi di Los Angeles. Si erano riuniti nel Galen Center della University of Southern California, e l’atmosfera era elettrica. C’erano giochi e una buona quantità di musica allegra, ma quando l’arcivescovo Gomez è entrato portando il Santissimo Sacramento per la benedizione non si sentiva volare una mosca. C’è qualcosa che commuove in modo unico nel vedere 9.000 ragazzi energici inginocchiarsi improvvisamente in adorazione silenziosa.

Alla fine della mattinata sono salito sul palco per rivolgermi a loro. La mia prima mossa è stata chiedere a tutti i giovani di gridare più forte che potevano. Il risultato poteva essere paragonato a circa 10 jet che decollavano allo stesso tempo o forse a un concerto dei Beatles verso il 1964. Quandi si sono seduti ho detto: “Voglio che vi ricordiate questo suono, perché se potessimo utilizzare questa energia per gli obiettivi di Cristo potremmo trasformare questa città da un giorno all’altro”.

Credo davvero che la chiamata universale alla santità del Concilio Vaticano II sia un sogno ampiamente irrealizzato. La maggior parte dei cattolici non capisce che la sua vocazione è portare la propria fede al mercato, nelle scuole, sul posto di lavoro, negli ambienti governativi, negli stadi, per strada. Volevo che quei ragazzi iniziassero almeno a pensare a questa grande missione.

Poi ho condiviso tre realtà spirituali che li ho invitati a interiorizzare. In primo luogo, ho detto, se vogliono essere felici devono giocare un gioco che svuota più che uno che riempie. La cultura secolare dice loro in mille modi che la chiave della felicità è riempire la loro vita con i beni del mondo – denaro, piacere sensuale, potere e fama. Guardate, ho detto loro, praticamente ogni film, ascoltate praticamente qualsiasi canzone popolare, seguite praticamente ogni pop star e sentirete ripetere in continuazione questo messaggio, fino alla nausea. Ma proprio perché siamo tutti programmati per Dio, ovvero per una felicità infinita, nessuno di questi beni finiti soddisferà mai il desiderio del cuore. Più li cerchiamo incessantemente, meno diventano soddisfacenti e più causano dipendenza. Il gioco, invece, dovrebbe essere escogitare un modo per rendere la vostra vita un dono. La formula dietro questa risoluzione, ho spiegato, è piuttosto diretta. Visto che solo Dio riempie il vuoto del cuore e visto che Dio è amore, allora solo una vita di amore radicale ci realizzerà davvero e ci renderà felici. Anche se segue la logica più lineare, questo messaggio è sempre stato difficile da cogliere. È sempre sembrato controculturale.


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La seconda lezione che ho condiviso è questa: “Non accontentatevi della mediocrità spirituale!” In modo piuttosto appropriato, lottiamo per l’eccellenza in ogni campo della vita: affari, sport, medicina, arti…, ma in qualche modo pensiamo che vada bene ignorare la vita spirituale, o se ci pensiamo le dedichiamo solo una parte decisamente esigua del nostro tempo e della nostra attenzione. Rispetto alle attività mondane, lo sforzo spirituale è infinitamente più importante, perché ha implicazioni letteralmente eterne. Quando il giovane padre Karol Wojtyła (papa Giovanni Paolo II) portava i ragazzi in campeggio e a fare escursioni di kayak nelle foreste intorno a Cracovia alla metà del XX secolo, stava instillando in loro il senso della grande avventura della vita con Cristo. In un periodo in cui il Governo comunista della Polonia si stava sforzando di eliminare la fede cattolica, Wojtyła invitava i suoi ragazzi ad essere santi. E quando quei ragazzi sono cresciuti, sono diventati grandi leader del mondo degli affari cattolici, grandi scrittori cattolici, grandi scienziati e politici cattolici che hanno guidato la rivoluzione che alla fine ha portato al crollo dell’impero sovietico. Non si accontentavano di essere cattolici tiepidi, e neanche voi dovreste farlo, ho detto ai giovani al Galen Center.

La terza lezione spirituale che ho condiviso è stata questa: “Siate ribelli!” Adoriamo Gesù crocifisso, qualcuno che ha contrastato talmente i poteri religiosi, politici e culturali del suo tempo che questi hanno ritenuto fosse il caso di condannarlo a morte. Ciascuno degli apostoli di Gesù, ad eccezione di San Giovanni, è morto martire. Ogni vescovo di Roma, nel primo secolo della vita della Chiesa, è stato condannato a morte per la sua fede. E se pensate che l’epoca dei martiri sia finita ripensateci, ho detto ai ragazzi. Il XX secolo ha visto più persone testimoniare la fede con la propria vita di tutti i secoli precedenti messi insieme. Noi cristiani siamo dei ribelli, e questo dovrebbe fare appello all’idealismo e allo spirito dei giovani. E non ditemi che i ribelli sono i cantanti e le pop star! Quelle persone, ossessionate da ricchezza, piacere, fama e potere, sono del tutto comuni. Se volete vedere un vero ribelle, ho detto, guardate San José Sánchez del Río, il 14enne ucciso durante la guerra Cristera del Messico agli inizi del XX secolo, canonizzato di recente. Torturato, deriso, costretto a marciare sui piedi feriti, giustiziato sul bordo della sua stessa tomba, non ha mai rinunciato alla sua fede cattolica. Unitevi, ho detto, ai grandi ribelli nella compagnia di Cristo.

Che gioia vedere tanti dei nostri giovani riuniti insieme in amicizia ed entusiasmo per il Signore Gesù. Spero che aumentino!

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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