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La musica oltre le sbarre. I detenuti di Bologna cantano a San Pietro

© Associazione Mozart14

Coro Papageno - Concerto nel carcere "Dozza" di Bologna (partic. coriste)

Marinella Bandini - Aleteia - pubblicato il 04/11/16

"Cantando ci sentiamo liberi". Il Coro Papageno e l'idea di Abbado: La musica è necessaria alla vita, può anche salvarla.

“Il mio canto è a volte la voce di un dolore, altre l’urlo di gioia e il ringraziamento alla vita. La musica è il perfetto suono della mia anima, e ciò che rappresenta il mio grido profondo; la mia sete di libertà è appagata quando mi lascio trasportare dalla musica”. Chi scrive è un uomo che sta scontando la sua pena nel carcere bolognese della “Dozza”. È uno dei coristi del coro polifonico “Papageno”, nato all’interno del carcere nel 2011, da un’intuizione del Maestro Claudio Abbado.“La musica è necessaria alla vita: può cambiarla, migliorarla, e in alcuni casi addirittura salvarla” diceva il grande Maestro bolognese. Oggi la sua eredità è portata avanti dall’Associazione Mozart14, che porta la musica in 14 – appunto – luoghi che Papa Francesco chiamerebbe “periferie”, con lo scopo di far rifiorire vita e bellezza. Domenica mattina il coro (una sessantina di elementi) è atteso in Vaticano, nell’ambito del Giubileo dei carcerati, per animare il momento di incontro e testimonianze nella Basilica di San Pietro, precedente la Messa con Papa Francesco. Uno dei brani eseguiti sarà l’Ave Verum di Mozart, un “classico” della musica polifonica, ma ci sarà spazio anche per espressioni più popolari, visto che stiamo parlando di un coro multietnico e multiculturale.

Quando cinque anni fa il Maestro Michele Napolitano – esperto di musica multietnica e popolare – è entrato alla “Dozza” si è trovato addosso sguardi tra l’incredulo e il perplesso: a cosa serve un coro in un carcere? Ma la diffidenza ha pian piano lasciato il posto alla bellezza della musica e del ritrovarsi insieme. “All’inizio – racconta – alle prove alcuni non volevano sedersi vicino ad altri o non si salutavano. Dopo un po’ il clima è cambiato e queste diffidenze sono sparite”. Giovanni è uno dei primi a partecipare al coro, anche se non aveva mai cantato: “Mi sono messo di buona volontà per capirci qualcosa, con il passare del tempo ho capito che la cosa mi prendeva e quando arrivava il lunedì mattina attendevo con ansia la chiamata. Perché quella giornata per me era, ed è ancora tutt’oggi ‘speciale’, mi fa sentire diverso, con un umore che non riesco a descrivere: essendo in mezzo ad altri detenuti e volontari esterni ho un cambiamento totale, non vedo più le sbarre, cancelli e divise, la mia mente è altrove e mi trovo catapultato in un altro mondo, tutto diverso, che a me prima era sconosciuto, ed ora ci sono dentro con grande soddisfazione”.

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Una delle caratteristiche che rendono unico questo coro è di essere composto sia da uomini sia da donne, e anche da volontari esterni, più esperti nel canto anche se non professionisti. Un mix vincente, anche dal punto di vista delle relazioni. Cantando insieme i detenuti imparano a conoscere il valore dell’ascolto e del reciproco rispetto, entrano in relazione e costruiscono nuovi legami. A volte, uscendo dal carcere, gli ex detenuti hanno potuto contare proprio sugli amici volontari. Le prove si tengono ogni lunedì mattina nelle due sezioni – maschile e femminile – e poi un sabato al mese tutti insieme. Dice il Maestro Napolitano: “Quando le persone si uniscono, riescono a costruire cose grandi e preziose, che da soli non si riuscirebbero a fare”. Il coro cambia continuamente aspetto e il ricambio dei coristi è elevato, dovuto alla fine del periodo di detenzione. “Quando entrano delle persone nuove – racconta Giovanni -, e le vedi che si trovano un po’ in difficoltà, dove posso li aiuto, li rassicuro dicendo che se ce l’ho fatta io possono riuscirci anche loro con un po’ di impegno. La cosa più bella è quando facciamo le prove generali o i concerti, che ci troviamo tutti insieme con le ragazze detenute del femminile e i volontari esterni e la gioia e l’entusiasmo vola alla stelle. Grazie mille di farmi sentire ancora una persona viva e diversa”.

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