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Il grido delle tribù della Papua arriva in Vaticano

Vatican Insider - pubblicato il 03/11/16

Vuole portare a Papa Francesco i desideri, i problemi, le istanze, le lotte, la quotidianità difficile di popoli che vivono agli antipodi del Vaticano: le 312 tribù indigene della Papua Nuova Guinea – la grande isola del Pacifico, coacervo di etnie e 850 lingue – oggi hanno dalla loro parte una berretta rossa, quella del neocardinale John Ribat, arcivescovo di Port Moresby.  

La città, dove da otto anni Ribat vive guidando il popolo dei battezzati, è la capitale dell’isola a nord dell’Australia, divisa politicamente in due: la parte orientale è la Papua Nuova Guinea; quella occidentale, occupata militarmente dall’Indonesia nel 1969, è una provincia dipendente da Giacarta

A vederlo sembrerebbe, per i profani, un africano: Ribat è invece uno di quei «neri d’Oceania», gli indigeni melanesiani, che nel 1882 i Missionari del Sacro Cuore trovarono sull’isola, nella loro avventura missionaria «fino agli estremi confini». Proprio a quest’ordine religioso appartiene il nuovo Porporato. 

I melanesiani sono di aspetto molto diverso dalle altre etnie presenti nell’area, polinesiani e micronesiani, appartenenti al ceppo austro-indonesiano, vicini alla razza mongola. La cultura e la spiritualità melanesiana, per la loro concezione di «unione perenne e completa fra umano e divino», sono state in passato e sono ancora oggi una buona base per l’annuncio di Gesù Cristo e per favorire la diffusione della fede cristiana. 

Sono anche questi i motivi per cui l’evangelizzazione tra quelle popolazioni ha portato frutti insperati: oggi la Papua Nuova Guinea è una nazione di 7 milioni di abitanti al 96% cristiani (tra i quali 2,2 milioni sono i cattolici), ed è una realtà in cui le Chiese offrono un contributo decisivo alla società, specie in termini di sviluppo e opere sociali come l’istruzione e la sanità.  

Le organizzazioni cristiane nella nazione sono impegnate nel campo dell’istruzione con oltre tremila scuole, mentre i 320 tra ospedali e centri sanitari cristiani costituiscono più della metà delle strutture pubbliche presenti nell’intera nazione  

In un paese quasi interamente cristianizzato si è assistito, nel dibattito pubblico, a ferventi campagne che hanno escluso la legalizzazione di pena di morte o aborto; e perfino a derive simil-teocratiche, come una mozione parlamentare che voleva vietare il culto delle fedi non cristiane. Altrettanto curiosa la recente proposta, presentata in Parlamento, di elevare la storica Bibbia di Re Giacomo (documento del 1600) a «simbolo della nazione». 

Proposte, queste ultime, che proprio le Chiese hanno rigettato, promuovendo una visione laica dello stato, anche se, come amano dire, il cristianesimo è ormai parte dell’identità culturale per la moderna Papua Nuova Guinea

La Chiesa cattolica locale, però, è ancora per molti versi dipendente dai missionari, dato che solo un terzo delle diocesi sono rette dal clero indigeno e molte parrocchie sono prive di un prete. 

Ma è soprattutto vita e la condizione sociale delle popolazioni indigene a destare preoccupazione in un leader cattolico e in un Pastore come John Ribat: popoli vittime di abusi dei diritti umani, di sfruttamento economico o di migrazioni forzate.

Questo patrimonio e queste sfide porta con sè il 59enne cardinale Ribat, dopo una vita spesa a sevizio della comunità locale, prima da sacerdote (dal 1985) nella diocesi di Bereina, poi da docente nelle isole Fiji, infine da vescovo a Bereina prima (nel 2002) e poi a Port Moresby dal 2008. 

E se le istanze di una terra di frontiere come la Papua giungeranno in Vaticano con maggiore forza, non è escluso che possa essere Papa Francesco, grazie alla mediazione del neo-Porporato, a visitare l’Oceania, continente non ancora toccato da Bergoglio. 

E’ stato infatti Peter O’Neill, Primo ministro della Papua Nuova Guinea, ad aver esteso un invito al Pontefice. «E’ un onore e un orgoglio per il nostro popolo avere il primo cardinale della storia», ha detto O’Neill, riportando pubblicamente la volontà di «formalizzare l’invito al Papa». 

La presenza di Francesco risulterebbe preziosa per portare l’attenzione del mondo su un continente marittimo come l’Oceania dove, ha detto Ribat, toccando la questione ecologica, «vivono i popoli più colpiti dai cambiamenti climatici e dall’innalzamento del livello del mare».

«Tra inondazioni e siccità, in alcune isole si è notevolmente ridotta la capacità produttiva dei terreni e i nativi sono costretti a fuggire», ha ricordato. E’ un fenomeno migratorio poco pubblicizzato, che investe gli abitanti del quinto continente.  

La berretta rossa per un leader come John Ribat è allora anche la speranza di avere nuova «voce in capitolo» e considerazione nei forum della comunità internazionale.  

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