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Antoniazzi: l’Is attira i tunisini con il denaro, non con l’Islam

Vatican Insider - pubblicato il 03/11/16

«Fin dal momento della mia nomina, mi sono sentito in profonda sintonia con questo popolo e ho ritrovato in me un desiderio di rinascita che, in un certo senso, mi avvicina ancora di più ai tunisini in questo preciso momento storico». L’arcivescovo di Tunisi, Monsignor Antoniazzi, giunto a guidare un piccolo popolo di cattolici nel 2013 in un mondo in pieno rivolgimento, tra instabilità politica e spinte terroristiche, non sembra preoccupato. Al contrario, comunica all’interlocutore l’entusiasmo della nuova missione e la voglia di immergersi nel nuovo contesto per diventarne parte e sostenerlo. «Quando intervengo in pubblico, parlo sempre in arabo e vedo che la gente comprende la mia volontà di condividere, di mettermi accanto. E vengo ricambiato con molto affetto e ospitalità, raramente ho incontrato un popolo così accogliente, curioso». 

A 14 anni ha sentito un irrefrenabile impulso ad andare a Gerusalemme per farsi prete. È lì che è stato ordinato e ha vissuto per 40 anni, ricoprendo vari incarichi e penetrando a fondo nel contesto mediorientale. Ora vive al centro del Maghreb, nel Paese che ha dato l’innesco alle Primavere arabe e che con grande fatica prova a trovare una sua dimensione politica. Dal suo ufficio accanto alla cattedrale su Avenue Bourghiba, il corso principale di Tunisi, la via teatro della Rivoluzione dei Gelsomini, accetta di offrirci la sua visione degli eventi e spiegarci il ruolo della Chiesa in questo Paese. 

«Non mi ero mai occupato di Nord Africa, immerso com’ero nel mondo mediorientale. Ho voluto capire, incontrare, girare il Paese e parlare con la gente. Ho visto un popolo accogliente ma smarrito. Dopo tanti anni in dittatura, è difficile cambiare e adattarsi alla democrazia, il processo è lungo e tortuoso. La democrazia non si importa con la forza, guardate cosa sta succedendo in Libia. Bisogna sostenere questo processo fragile, è il segno di una speranza per tutta l’area e per il mondo». 

Dopo la rivoluzione, la Tunisia ha vissuto anni di forte instabilità durante i quali un certo fondamentalismo islamico ha rischiato di conquistare sempre più potere. Come giudica la situazione attuale all’indomani dell’insediamento del nuovo governo di unità nazionale?

«Io ammiro il processo politico di questo Paese. Intanto è uno dei pochi in cui lo spargimento di sangue e la violenza sono stati ridotti al minimo. Poi sta dimostrando molto coraggio. Nel periodo precedente alle elezioni del 2014, molti europei se ne sono andati terrorizzati dalla probabile vittoria di Ennhada (partito islamico appoggiato anche da segmenti estremisti, ndr). In realtà ha vinto Béji Caïd Essebsi, leader di Nidaa Tounes, il partito laico liberale, e lo stesso Ennahda ha dato segni di grande apertura e flessibilità (in uno storico congresso, ha annunciato l’affrancamento dall’Islam politico, ndr). La situazione ora è calma. Ciò che manca, però, è la serenità che solo una prospettiva futura può dare».  

Tra i motivi di apprensione, c’è il fatto che la Tunisia è il primo Paese al mondo esportatore di foreign fighters, oltre 3000. Come giudica questo fenomeno e che timori suscita?

«Il numero di giovani tunisini che hanno aderito al terrorismo e si sono trasferiti in Siria o in Iraq è impressionante. Se dovessero ritornare in Tunisia passeremmo momenti molto tristi. C’è inoltre un altro motivo di preoccupazione: l’Isis in difficoltà in Libia potrebbe muoversi verso il confine tunisino e creare basi qui da noi. Al momento c’è un certo timore e non sappiamo molto di quanto sta accadendo. Va detto che l’attrazione che l’Isis esercita verso i giovani tunisini non è tanto religiosa quanto economica: i terroristi islamici pagano molto bene e qui c’è molta disoccupazione. Nel complesso, in questa società, anche a seguito degli attentati e la riduzione drastica del turismo, c’è smarrimento. Sono fiducioso, però, che il nuovo corso possa portare maggiore stabilità». 

Qual è il ruolo della chiesa in questa società e in questo momento storico?

«Noi testimoniamo, con molta simpatia verso il popolo e apertura verso tutti. Vogliamo esercitare un’attrazione con la forza semplice dell’amicizia, il dialogo, l’incontro. C’è tanta gente che si affaccia in cattedrale, che vuole parlarci. C’è anche qualcuno che, incurante delle difficoltà e le pressioni che subirebbe, ci chiede di farsi cristiano. Non facciamo proselitismo ma con la nostra presenza testimoniamo una via di pace e accoglienza. Nel 2015 sono stato invitato a Kairouan, il cosiddetto Vaticano dell’Islam tunisino, dove sorge la prima moschea eretta in Africa, un luogo importantissimo per tutto l’Islam. Ogni anno si fa un grosso incontro e per la prima volta hanno chiamato a parlare un esponente cattolico. Sono intervenuto in arabo davanti a un uditorio enorme ed è stata una bellissima esperienza di dialogo. Qui, poi, abbiamo tantissime scuole, un pulpito fenomenale da cui si può raggiungere migliaia di ragazzi e far conoscere, nel pieno rispetto della tradizione tunisina, i nostri valori. Ma poi ci sono i tanti incontri a cu i partecipiamo, le riunioni istituzionali con esponenti del governo, le feste. Tutte queste sono occasioni per diffondere quello che io chiamo ’umanesimo cristiano’, un elemento che crea pace nella società che lo riceve a prescindere dalla fede».  

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