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Mons. Tomasi: “Giusto dare la cittadinanza ai figli degli immigrati”

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Vatican Insider - pubblicato il 02/11/16

Un timore diffuso è pure quello dell’ “invasione” da parte di altre culture…

«In effetti un altro aspetto importante è la paura del cambio d’identità. Si dice: perdiamo la nostra identità perché arrivano nuove culture, nuove religioni che sbilanciano la società così come la conosciamo. E questo è un aspetto più complicato, più difficile da affrontare. Però dobbiamo anche dire che c’è una responsabilità da parte dei Paesi come l’Italia o del resto d’Europa che ricevono i migranti: quella di dire a questi ultimi ’cari amici, avete bisogno di protezione e siete i benvenuti, però abbiamo alcuni valori fondamentali – l’uguaglianza dell’uomo e della donna, la libertà di religione, l’accettazione del pluralismo della società, la separazione fra religione e politica – che dovete accettare altrimenti non possiamo vivere assieme in pace’. Quindi l’educazione all’integrazione diventa ancora più importante del dibattito sul numero di quanti ne dobbiamo ricevere e fino a che punto dobbiamo aprire la porta».

Proprio su questo punto in Italia c’è il nodo relativo alla mancata riforma del diritto di cittadinanza, in particolare per i figli degli immigrati nati qui. Cosa ne pensa?

«I giovani nati in Italia o venuti bambini in Italia, che si stanno integrando molto bene, devono avere la possibilità anche legalmente di essere riconosciuti come italiani, dobbiamo puntare sulla cittadinanza con uguaglianza di diritti e doveri e non sull’identità religiosa o etnica, come capita per esempio in Medio Oriente dove questo approccio della non-cittadinanza è la fonte di un continuo problema di discriminazione strutturale per le persone che non sono parte della maggioranza».

E’ quasi quotidiana la polemica sullo scarso impegno dell’Europa di fronte ai flussi dei profughi, e spesso l’Italia critica l’Ue. Ma quali sono le ragioni di questa difficoltà dell’Unione di fronte al problema?

«Ciò che meraviglia è che l’Europa sta lasciando una simile questione, che tocca tutti i Paesi del continente, ai margini del dibattito più serio. Certo se ne parla in tutte le riunioni, ci sono incontri di emergenza a Bruxelles di ministri degli interni, degli esteri, di primi ministri, per affrontare il problema senza però arrivare a delle conclusioni concrete, efficaci e accettate da tutti i Paesi. Questo fatto indica che siamo in una cultura pubblica, a mio avviso, in cui il soggettivismo estremo sta bruciando la possibilità di una solidarietà che sarebbe un beneficio per tutti i Paesi dell’Europa: non si tratta insomma solo di una scusa per aiutare l’Italia o la Grecia. In secondo luogo siamo di fronte all’invecchiamento dell’Europa, il calo demografico dimostra che c’è bisogno di mano d’opera, può sembrare un’ironia dire questo, ma se si analizza la situazione le cose stanno così. Abbiamo bisogno di persone che lavorano per pagare eventualmente le pensioni dei pensionati italiani; poniamo le premesse di un’integrazione intelligente, coerente, umana, da qui nascono rapporti interpersonali di amicizia, di accettazione reciproca, che evitano le tensioni che abbiamo visto in altri Paesi europei».

Quali sono i temi al centro di questo III Incontro dei movimenti popolari?

«Sono quelli dell’ambiente, quindi della protezione del territorio e dell’uso della terra in maniera razionale e rispettosa, e dei movimenti di popolazione, dei rifugiati e migranti. Gli organizzatori mi pare che vogliano rispondere alle priorità del Papa in un certo modo: questi gruppi di migranti e profughi sono troppo discriminati, sono vissuti come una minaccia, e invece sono una parte di noi. Dobbiamo trovare un modo decente per incorporarli nella società e aiutarli a diventare costruttivi e produttivi nella nostra comunità. Questo è possibile, se guardiamo a quante imprese sono state create dagli immigrati negli ultimi anni, vediamo che hanno dato un contributo enorme all’economia italiana. Poi per quanto riguarda l’ambiente, la coscienza pubblica maturata con l’enciclica ’Laudato sì’, con la conferenza di Parigi (cop 21, sul riscaldamento globale, tenutasi un anno fa; ndr) e che adesso si ripeterà con il cop 22 a Marrakech in Marocco, mostra che c’è una risposta positiva alle preoccupazioni della Chiesa la quale dice: rispettiamo la casa comune perché abbiamo tutti l’interesse, per l’oggi e per le generazioni future, che sia una casa in ordine, dove la produttività di cibo sia adeguata per tutti, in cui ci sia il rispetto delle esigenze della natura, che non venga contaminata eccessivamente dalle emissioni inquinanti».

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

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immigratiius soli
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