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È possibile (o moralmente adeguato) fotografare una persona nuda?

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Encuentra.com - pubblicato il 01/11/16

Il nudo artistico

Domanda di un fotografo a un teologo:

Carissimo,

sono un fotografo e ho il dubbio se sia possibile (o moralmente adeguato) fotografare una persona nuda, in una posa naturale, ovvero non provocante, per fini puramente artistici. Non ho mai fatto foto di questo tipo, ma vorrei sapere se facendolo potrei stare con la coscienza tranquilla.

Per favore, se è possibile mi tolga questo dubbio.

Rispettosamente,
“Il Mandriano Digitale”

Caro Mandriano Digitale,

la tua è una domanda che richiede una risposta ampia.

1. La nudità in sé

La nudità non è in sé una cosa immorale. Dio, dopo aver formato il corpo umano, lo giudicò cosa molto buona (Gn 1, 31). Da dove deriva il possibile disordine? È espresso nei due atteggiamenti successivi descritti nella Genesi:

a) “Tutti e due erano nudi… ma non ne provavano vergogna” (Gn 2, 25).

b) “Si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture” (Gn 3, 7). “’Ho udito il tuo passo nel giardino’ – dice Adamo a Dio -. ‘Ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto’. Riprese: ‘Chi ti ha fatto sapere che eri nudo?‘” (Gn 3, 10-11).

La comparsa della vergogna mostra un cambiamento di stato nell’uomo e nella donna. Questo cambiamento deriva dal peccato originale, che introduce un disordine nell’attività umana. Questo disordine che resta come sequela del peccato è chiamato “concupiscenza”. La concupiscenza disordinata modifica l’ordine e la natura delle cose; sul piano della sensualità e della sessualità ordina il corpo al piacere venereo egoista, alterando il fine della sessualità, che è la complementarietà sponsale reciproca (realizzando la doppia dimensione della sessualità – unitiva e procreativa). La concupiscenza, quindi, fa sì che la tendenza sessuale passi da “donazione piena d’amore” (possibile solo nel contesto coniugale) a “possessione egoista”, trasformando l’altro (il corpo dell’altro) in oggetto d’uso anziché termine di donazione.

Il problema del nudo allo stato attuale della natura umana (ferita dal peccato) è che può diventare occasione di quello che si definisce “sguardo concupiscente”: lo sguardo che si posa sul corpo come oggetto di desiderio, integrandolo nella concupiscenza disordinata del cuore. Il doppio male che si segue è da un lato il peccato della persona che guarda sminuendo il corpo a oggetto di piacere, dall’altro la perdita della dignità nella persona che si espone ad essere guardata come oggetto.

All’interno del matrimonio, invece, mantiene la sua dimensione originale. Lì il corpo nudo, manifestandosi com’è, ovvero mostrando visibilmente la complementarietà sessuale, diventa parola (ogni gesto è una parola).

Mostrandosi, ci si dice che ci si dona, che si è complementari, che i due non sono che una cosa sola, come dimostrano i loro corpi (due metà di un unico essere). In questa sfera, essendo stata sigillata dal patto matrimoniale, questa dimensione mantiene tutta la sua verità.

Per questo velare il corpo (la funzione del vestito) è un mettere a tacere il tema della sessualità davanti alle persone con cui non si deve parlare o a cui non si deve offrire la sessualità.

2. La manifestazione artistica del nudo

Nella sua catechesi del 6 maggio 1981, Giovanni Paolo II ha affermato che “nel decorso delle varie epoche, cominciando dall’antichità – e soprattutto nella grande stagione dell’arte classica greca – vi sono opere d’arte, il cui tema è il corpo umano nella sua nudità, e la cui contemplazione consente di concentrarci, in certo senso, sulla verità intera dell’uomo, sulla dignità e sulla bellezza – anche quella “soprasensuale” – della sua mascolinità e femminilità. Queste opere portano in sé, quasi nascosto, un elemento di sublimazione, che conduce lo spettatore, attraverso il corpo, all’intero mistero personale dell’uomo.

In contatto con tali opere, dove non ci sentiamo determinati dal loro contenuto verso il “guardare per desiderare”, di cui parla il Discorso della Montagna, impariamo in certo senso quel significato sponsale del corpo, che è il corrispondente e la misura della “purezza di cuore“.

Ma ci sono anche opere d’arte, e forse ancor più spesso riproduzioni, che suscitano obiezione nella sfera della sensibilità personale dell’uomo – non a motivo del loro oggetto, poiché il corpo umano in se stesso ha sempre una sua inalienabile dignità – ma a motivo della qualità o del modo della sua riproduzione, raffigurazione, rappresentazione artistica. Di quel modo e di quella qualità possono decidere i vari coefficienti dell’opera o della riproduzione, come pure molteplici circostanze, spesso più di natura tecnica che non artistica. È noto che attraverso tutti questi elementi diventa, in un certo senso, accessibile allo spettatore, come all’ascoltatore o al lettore, la stessa intenzionalità fondamentale dell’opera d’arte o del prodotto di relative tecniche. Se la nostra sensibilità personale reagisce con obiezione e disapprovazione, lo è perché in quella fondamentale intenzionalità, insieme all’oggettivazione dell’uomo e del suo corpo, scopriamo indispensabile per l’opera d’arte, o la sua riproduzione, la sua contemporanea riduzione al rango di oggetto, di oggetto di “godimento”, destinato all’appagamento della concupiscenza stessa. E ciò si pone contro la dignità dell’uomo anche nell’ordine intenzionale dell’arte e della riproduzione”.

Come si può vedere, il problema non è in prima istanza l’“oggetto materiale” rappresentato, perché il corpo in sé è qualcosa di positivo. Si tratta di un problema a livello dell’“oggetto morale”. Questo oggetto (il corpo nudo o seminudo) è plasmato, o rappresentato o riprodotto (il termine “riprodurre” è usato da Giovanni Paolo II per esprimere l’arte della fotografia in contrapposizione alla pittura e alla scultura che piuttosto rappresenta, interpreta, come si può vedere nella catechesi del 15 aprile 1981) con un’intenzionalità che le infonde l’“artista” attraverso le qualità o i modi in cui la riproduce (pose, gesti, realismo…). “Lo spettatore, invitato dall’artista a guardare la sua opera, comunica non soltanto con l’oggettivazione, e quindi, in certo senso, con una nuova “materializzazione” del modello o della materia, ma al tempo stesso comunica con la verità dell’oggetto che l’autore, nella sua “materializzazione” artistica, è riuscito ad esprimere con i mezzi a lui propri” (Catechesi del 6 maggio 1981).

Da ciò deriva che:

a) Quando questa intenzionalità presuppone una riduzione del corpo al rango di oggetto di cui godere, destinato alla soddisfazione della concupiscenza, l’immagine attenta contro la dignità della persona (di quella che è rappresentata e di quella che guarda) e si inserisce nello “sguardo concupiscente”, nella “pornovisione” (catechesi del 29 aprile 1981) che Gesù equipara all’adulterio del cuore: “Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” (Mt 5, 28).

b) Quando l’opera ha quell’elemento di “sublimazione” che include la qualità di non indurre al “guardare per desiderare”, non sembra offrire obiezioni morali. Sicuramente c’è una grande differenza tra le arti che “rappresentano” (pittura, scultura) e quelle che “riproducono” (fotografia, cinema). Le prime hanno la qualità di poter “sublimare”, “trasfigurare” il corpo. In qualche modo, possono spiritualizzarlo e far prevalere nella rappresentazione (e quindi nello sguardo dello spettatore) l’aspetto estetico, la bellezza, la verità del corpo umano. Le seconde “riproducono” il corpo vivo, e quindi sono più immediatamente legate all’esperienza dell’uomo (esperienza ferita dalla concupiscenza).

Ricordiamo anche che i problemi si radicano non solo nella maggiore nudità dell’opera, ma anche nella capacità di insinuare un messaggio nell’immaginazione.

Ricordo infine che l’enciclica Humanae Vitae (nº 22) di Paolo VI sottolinea la necessità di “creare un clima favorevole all’educazione della castità”.

3. Arte e morale

Entro questi limiti che la morale pone alla rappresentazione artistica, alcuni vedono un’indebita invasione della morale nel terreno proprio dell’arte. A questo riguardo, debbo ricordare che “il bello e l’artistico, come opera umana e destinata all’uso umano, rientrano pienamente nell’orbita delle leggi morali. Queste non regolano tanto l’arte in sé, quanto il suo uso; in altri termini, raggiungono in modo diretto e immediato l’artista, e solo indirettamente e in modo mediato, ma non meno urgentemente, anche l’arte. L’indipendenza dell’arte non è, quindi, autonomia assoluta di espressione esterna e di divulgazione. L’arte è indipendente in sé, nei suoi principi e nelle sue norme o nelle regole artistiche e formali, ma non lo è quanto all’uso della stessa” (Cfr. Salvador Canals, El pecado en el cine, in: AA.VV., Realidad del pecado, Rialp, Madrid 1962, p.205.)

Da ciò derivano i principi morali per il nostro tema:

1º “È illecito realizzare o esporre un’immagine oggettivamente oscena”.

2º “Le immagini non oggettivamente oscene non sono per questo sempre accessibili a tutto il pubblico; molte persone, soprattutto le più giovani, non hanno ancora il senso artistico necessario per poter apprezzare nel loro giusto valore ideale le grandi opere d’arte, e saranno trascinate facilmente dal nudo verso sentimenti più bassi”.

3º Quanto alle immagini volgari, “il concetto di immagine volgare è un concetto oggettivo, ovvero non dev’essere giudicata in base alle disposizioni soggettive degli spettatori, ma in base al contenuto dell’immagine stessa…
Nella specie di immagine volgare si inquadrano tutte le immagini (pitture, sculture, fotografie…) che:
1) si pongono deliberatamente (ex fine operantis, per il fine dell’opera) a servizio dell’impurità, ovvero che sono state realizzate dall’autore con il fine oggettivamente visibile di provocare sentimenti disonesti;
2) che visto l’oggetto e il modo di rappresentarlo causano ordinariamente sentimenti o sensazioni volgari nella generalità delle persone normali. Non sono quindi norma né l’autore né altre persone eccezionalmente abituate a questa materia, né persone giovani o inesperte. A questa seconda categoria appartengono: a) le immagini che rappresentano nudi in modo provocatorio, quando per ambiente, arte, colore, stile ecc. non riescono ad allontanare dal pensiero e dal sentimento le impressioni negative; b) immagini che rappresentano azioni oscene”.

4º “Comporre un’immagine volgare, perché oggettivamente negativa, è sempre peccato. Guardare un’immagine volgare non è invece negativo in sé, ed è peccato solo per chi lo fa con cattive intenzioni o corre il pericolo di subirne le conseguenze disordinate”.

Padre Miguel Angel Fuentes, IVE.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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