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Come sarà il paradiso?

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Saremo in grado di mangiare, volare o parlare in inglese? Avremo la stessa età di quando siamo morti? Ma poi importa davvero saperlo?

Il Signore stesso vostro Dio, che vi precede, combatterà per voi, come ha fatto tante volte sotto gli occhi vostri in Egitto e come ha fatto nel deserto, dove hai visto come il Signore tuo Dio ti ha portato, come un uomo porta il proprio figlio, per tutto il cammino che avete fatto, finché siete arrivati qui. (Deuteronomio 1:30-31)

Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. (Matteo 25:21)

Mi piace rispondere alle domande. Con il pubblico giusto, spendo più tempo a rispondere alle domande dei presenti che a dire il mio discorso. Ho anche una maglietta che dice “Sono cattolica, fammi una domanda”, un’offerta che i passanti raramente colgono.

C’è solo un argomento  sul quale non sopporto le domande. E ovviamente è quello preferito da ogni adolescente. “Avremo la stessa età di quando siamo morti?” “Mangeremo carne?” “Saremo in grado di volare?” “Che lingua parleremo?” Non lo so. Non lo so. Non lo so.

In quanto teologa, queste domande mi fanno impazzire, perché è impossibile saperlo. Uno dei tanti vantaggi dell’essere cattolici è che abbiamo fiducia in ciò che professiamo perché la Chiesa l’ha insegnato con tantissima chiarezza, e questo vale per tantissimi aspetti. La vita oltre la morte non è esattamente uno di questi. Preferirei davvero ricevere domande su molti altri aspetti controversi, almeno potrei dare una risposta. Che piaccia o meno. “È impossibile saperlo” è davvero insoddisfacente.


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Ma amo Gesù, e queste domande mi infastidiscono ancora di più. Va bene essere curiosi, certo, ma l’età, il cibo ed altre circostanze non sono il punto cruciale della questione. Il punto è guardare nei Suoi occhi, essere accolti nelle Sue braccia, vedere Lui faccia a faccia.

C’è un’intimità che spesso sfugge a chi legge il Vecchio Testamento, dalla proposta di matrimonio di Dio (Isaia 62:4-5, Osea, Cantico dei Cantici) alle promesse di amore materno (Isaia 49:15-16, Isaia 66:13). Il passaggio in Deuteronomio ci ricorda che Dio è vicino a noi, che Lo sentiamo o meno. Cammina al nostro fianco, ci sostiene, combatte per noi, ci protegge, ci ama. È più vicino a noi di quanto non lo siamo noi.

Ma non è abbastanza.

Forse è avido da parte mia, perché sono molto benedetta. Dopotutto lo Spirito dimora in me, ho il Figlio nel mio cuore e il Padre mi stringe a Sé. Ho il corpo, il sangue, l’anima e la divinità di Cristo ogni giorno. Dio è così presente nella mia vita.

Ma voglio di più.

Voglio sentirlo. Voglio percepire il Suo sorriso quando mi guarda, misera e disordinata come sono, mentre mi trascino ogni sorta di dolore. E Lui mi dice: “Ben fatto, servo buono e fedele”. Non sarà importante sapere che ha fatto tutto Lui, che Lui ha portato i miei pesi e mi ha salvata, nonostante me stessa. Ciò che sarà importante è che Lui sia contento di me. E che io Lo possa sentire. Non con una sensazione flebile e silenziosa nella mia anima, ma con parole reali, con una voce imponente di dolce giubilo.

Voglio vederlo. Non so come farò, dato che non avrò i miei occhi fisici, ma non mi interessa. So che alla fine lo vedrò, vedrò il Suo volto. Non il Suo corpo sotto forma di pane, non la sua immagine impressa sulla Sindone. No, vedrò il Signore, Colui che ama l’anima mia, nella carne.

Voglio guardare i Suoi occhi, vedere il sorriso sul suo volto segnato quando guarda a me. Voglio vedere ciò che Pietro ha visto quando quell’uomo forte e travolgente ha lasciato ogni cosa alle sue spalle. Voglio vedere ciò che ha spinto la donna al pozzo ad abbandonare tutto e parlare di Lui alle persone che la odiavano. Voglio vedere ciò che ha visto Maria, ciò che le ha riempito il cuore persino nelle notti più buie in Egitto, a Gerusalemme, sul Calvario. Voglio guardare negli occhi di Colui che ha spinto Maria Maddalena a correre per raccontare la buona notizia a tutti gli altri. Voglio vedere l’amore che ha detto a Zaccheo di scendere dall’albero.

Ecco cosa significa condividere la gioia del Maestro. E sebbene poter volare sarebbe entusiasmante, ciò che davvero voglio è Lui. Quindi continuate pure a chiedervi fino a che punto saremo soggetti alla legge di gravità, o se sarà necessario mangiare. Non mi interessa affatto. Tutte queste domande mi deconcentrano da ciò che è davvero importante. Ma immaginare Lui e desiderarlo mi fa volere il Paradiso in un modo che la promessa di poterci teletrasportare o di poter godere di buffet infiniti non riescono a fare. Volgiamo il nostro sguardo su di Lui, amici, in questo mondo e in quello a venire.

[Traduzione dall’inglese a cura di Valerio Evangelista]

Tags:
paradiso
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