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No, condividere bufale non è affatto un’azione innocua

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Diffondere con superficialità delle notizie non verificate può avere conseguenze devastanti

SERVE AFFRONTARE I “BUFALARI”?

La Treccani definisce bufala come “affermazione falsa e inverosimile, panzana”. Chi smonta tali panzane fa un’utilissima operazione di demistificazione, chiamata debunking. Vi è mai capitato di vedere su Facebook un link ad una notizia palesemente falsa e infondata, insomma ad una ciarlatanata? Avete mai provato a controbattere, citando dati concreti e fonti autorevoli? Chi l’ha fatto probabilmente (anzi, molto probabilmente) avrà ingaggiato una battaglia a colpi di commenti e citazioni più o meno affidabili, per poi rendersi conto di aver soltanto perso tempo. Ognuno è rimasto della propria convinzione, e chi ha abboccato alla bufala è rimasto ancora più affascinato dal potere “pseudo-rivoluzionario” di tale ipotesi.

A tal proposito scrive Andrea Danielli su chefuturo!:

Il dialogo con chi è caduto nella trappola diventa molto difficile: non sa valutare se le spiegazioni reggano o meno. Non che sia un’attività agevole: servono logica e dimestichezza con la chimica, la fisica, la meteorologia. Ma, sopra ogni altra cosa, occorre un po’ di epistemologia, quell’area della filosofia che si occupa di discutere e problematizzare il modo in cui acquisiamo conoscenza della realtà”.

In parole povere, tentare di smontare una bufala spesso è un’impresa titanica che rischia di essere pressoché inutile. Anche uno studio dell’IMT di Lucca ha recentemente portato avanti questa idea. Riporta ilpost.it:

Walter Quattrociocchi – capo del CSSLab dell’IMT di Lucca, che si occupa di scienze sociali computazionali – ha raggiunto questa conclusione dopo che insieme a un team di altri sette ricercatori ha studiato come due gruppi di utenti statunitensi di Facebook hanno interagito con le notizie che gli comparivano davanti. Nel primo gruppo c’erano persone abituate a leggere su Facebook notizie che arrivano da rispettabili riviste scientifiche. Nel secondo gruppo c’erano persone che preferiscono invece pagine di altro tipo: quelle contro i vaccini, quelle che vedono complotti un po’ ovunque, quelle che parlano degli “Illuminati”, una società segretissima e molto elitaria che, pare, deciderebbe le sorti del mondo.

Lo studio di Quattrociocchi è arrivato a due importanti conclusioni. Primo: i due gruppi non si sovrapponevano per niente: i “disinformati” – per chiamarli con un termine elegante – non vedevano mai su Facebook le notizie vere. Secondo: quando i “disinformati” incontravano notizie che smontavano e spiegavano le bugie che avevano letto, non cambiavano comunque la loro opinione. Dopo aver incontrato un post che provava a smentire una qualche teoria del complotto, quelli che credevano in quella teoria erano anzi ancora più propensi a commentare e fare “mi piace” a notizie a favore di quella teoria.

Sono davvero tante le leggende metropolitane diventate oltremodo virali, facendo mordere le mani a chi ha fatto del fact checking uno stile di vita. Ce n’è una particolarmente odiosa, anticristiana e sgradevole: “Gli stranieri sono … … …, non come noi nativi”. Riempite i puntini con un insulto a scelta (tra “delinquenti”, “sfaticati”, “pericolosi” e molti altri) e poi leggete questo speciale di Medici Senza Frontiere che smonta una ad una le principali bufale anti-migranti. Sì, mi rendo conto che MSF potrebbe non essere attendibile quanto siti come “tuttiacasa.uhm” o “noalcomplotto.argh” (no, non esistono questi siti, inutile che li cerchiate; ma ne esistono di simili – a cui non voglio fare assolutamente pubblicità – che guadagnano fiumi di soldi grazie alla faciloneria degli utenti).


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Un problema che ha trovato nella potenziale viralità dei post su Facebook le condizioni perfette per annidarsi, crescere e proliferare. Soprattutto nella sezione che raccoglie le notizie più discusse (inesistente nella versione italiana del famoso social network), le Trending Topics, “proliferano falsità e teorie del complotto”, per citare delle parole usate dal Washington Post. Il team di Zuckerberg ha modificato gli algoritmi, che però sembrerebbero non riuscire ancora ad ignorare del tutto le viralissime notizie costruite a tavolino e basate sul nulla.

COME COMPORTARSI?

Ma come difendersi da questa malattia virtuale? Nello stesso articolo citato prima, Danielli propone un provocatorio vademecum per “fare un cocktail di epistemologia e pratica dei social network”:

1) prima di appassionarvi di un campo a voi ignoto, cercate degli esperti che vi possano dare una mano nel formarvi, senza prendere cantonate su Google; chiedete innanzitutto ad amici e conoscenti che hanno studiato la materia;

2) evitate di rilanciare affermazioni di cui non sapete verificare la validità: altrimenti alimentate la fuffa, e contribuite a rendere peggiore l’opinione pubblica, a far perdere tempo ai vostri amici, ad aumentare la conflittualità sociale su basi errate; non sono cose da poco, chi legge i vostri link lo fa perché si fida di voi;

3) prendetevi almeno 2 anni prima di esprimervi su una nuova materia – e il tempo di studiarla, se davvero vi interessa;

4) non utilizzate i dati per concludere le vostre discussioni senza averli contestualizzati, e inquadrati; cominciate a ragionare sui principi teorici fondamentali (ergo tornate al punto 3). Per la maggior parte dei dibattiti è possibile infatti reperire dati pro o contro. La strada giusta è fatta da una struttura che chiarisce in primo luogo la cornice teorica, poi propone dei dati collegati agli esperimenti/statistiche utilizzati per produrli, poi compara grandezze tra loro omogenee;

5) non pontificate su tutto, se non volete essere insultati per buona parte del vostro tempo. Utilizzate espressioni come: “a mio avviso”, “IMHO”, “sottopongo dati interessanti che non so come interpretare”, “attendo commenti da parte di esperti”.

 

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