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Il Papa a Lund e l’ecumenismo della carità

© Antoine Mekary / ALETEIA
Pope Francis leads his weekly general audience in St. Peter's Square in Vatican City, October 12, 2016. © Antoine Mekary / ALETEIA
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Francesco sottolinea che il dialogo con le altre confessioni cristiane è innanzitutto un cammino che va al di là delle controversie teologiche e si concretizza nella testimonianza comune dell’impegno verso chi soffre

La visita di Papa Francesco in Svezia, lunedì 31 ottobre e martedì 1° novembre è certamente un ulteriore, importante passo del non facile cammino ecumenico. Innanzitutto per la circostanza concreta: la commemorazione dei 500 anni della Riforma e dei 50 dall’inizio del dialogo fra cattolici e luterani. Ma al di là delle considerazioni sull’eccezionalità del passo, bisogna riconoscere che la circostanza si inserisce pienamente in un percorso inaugurato con il Concilio Ecumenico Vaticano II.

Francesco, anche grazie all’esperienza vissuta a Buenos Aires, sottolinea in modo particolare che il dialogo con le altre confessioni cristiane è innanzitutto un cammino che va al di là delle controversie teologiche e si concretizza nella testimonianza comune dell’impegno verso chi soffre, verso i poveri. Ciò non significa minimizzare i risultati ottenuti nel dialogo teologico e nel lavoro spesso arduo, degli esperti. Sia verso il mondo dell’ortodossia che verso quello delle Chiese evangeliche si sono fatti passi in avanti verso l’unità, come attesta, ad esempio, la fondamentale dichiarazione comune sulla giustificazione firmata nel 1998. Significa invece riconoscere che il lavoro dei teologi, delle commissioni, dei dialoghi ai massimi livelli, semplicemente non basta. E soprattutto, se rimane isolato, rischia di rimandare sempre tutto a un futuro indefinito.

«I segni dei tempi ci spronano ad una testimonianza comune nella pienezza crescente della verità e dell’amore», diceva Giovanni Paolo II a Magonza, nel 1980.

«La fede, vissuta a partire dell’intimo di se stessi, in un mondo secolarizzato, è la forza ecumenica più forte che ci ricongiunge», ha affermato Benedetto XVI a Erfurt nel 2011. Come si testimonia oggi il battesimo comune e la fede in Cristo? C’è «l’ecumenismo del sangue», del quale parla spesso Francesco e a cui aveva fatto cenno lo stesso Papa Ratzinger a Erfurt, quando ha ricordato che i martiri dell’epoca nazista, i cattolici e i luterani uccisi dai nazisti, «ci hanno condotti gli uni verso gli altri e hanno suscitato la prima grande apertura ecumenica». Questo ecumenismo del sangue è percepibile non soltanto nella tragica condizione di persecuzioni dei cristiani in tanti Paesi afflitti dalla «terza guerra mondiale a pezzi», ma anche nell’unità e nella fraternità che si respira tra le diverse confessioni là dove i seguaci di Cristo sono un’esigua minoranza.

Se «l’ecumenismo del sangue» è purtroppo una realtà, c’è un altro ecumenismo sul quale Francesco insiste inserendosi nel cammino intrapreso dai predecessori. Ed è il lavorare insieme testimoniando l’amore per i poveri, gli scartati, i sofferenti, gli immigrati. Con i suoi richiami in questo senso, il Papa oggi sottolinea come toccare «la carne di Cristo» in chi soffre non è una conseguenza sociologica, un di più, un accessorio non indispensabile rispetto alla professione di fede. Non è, per intenderci, un’applicazione opzionale della dottrina sociale della Chiesa, ma ha a che fare con il cuore della fede stessa, con l’essenziale della fede cristiana. È qualcosa di intimamente legato al messaggio evangelico. Perché il volto di Gesù lo si incontra in chi ha fame, ha sete, è nudo, è forestiero, è carcerato, come leggiamo nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo. E dunque i cristiani, peccatori continuamente rigenerati dalla misericordia divina che sostiene il mondo, vanno incontro gli ultimi non per «portare» a loro qualcosa, ma per lasciarsi evangelizzare, incontrando il Nazareno nel volto e nella carne del povero.

Di fronte agli immigrati e ai rifugiati in fuga da guerre nelle quali l’Occidente ha avuto e ha gravi responsabilità, per esempio, il cristiano non può non vedere i volti di quella ragazza di Nazaret e del suo sposo, costretti a fuggire in un Paese straniero (ma accogliente) per salvare la vita a un bambino nato nella precarietà di una stalla. I gesti ecumenici di «disgelo», di cordialità, di fratellanza, come pure il prezioso lavoro di teologi e commissioni di esperti, sono tasselli di un mosaico le cui tessere più importanti sono però affidate alla testimonianza di ogni cristiano delle rispettive Chiese. «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri». «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me».

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