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L’obbedienza dell’attesa vale la pena

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Sebastian Duda/Shutterstock

Tom Zampino - pubblicato il 28/10/16

Quando sono tornato per la prima volta alla Chiesa tre anni fa – insieme a Francesco –, mi sono sentito come se fossi finalmente arrivato a casa. Sono stato accolto con calore, e ho imparato di nuovo rapidamente le parole, le risposte e le mozioni. E sì, ho ritrovato anche tutta l’irritante divisione. Ma è una famiglia. A volte disfunzionale, sicuramente, ma comunque una famiglia.

Nell’arco di qualche settimana, ho parlato a un sacerdote della zona di New York City ampiamente noto della confessione e della Comunione. Sono rimasto sia sorpreso che costernato scoprendo che dovevo prima affrontare la questione della mia cerimonia matrimoniale civile. Era ed è ancora un matrimonio valido, legale e riconosciuto, ovviamente, ma non è stato celebrato sotto gli auspici della Chiesa. E allora la prima cosa, mi è stato detto, era fare proprio questo.

Per motivi sia complicati che personali, tuttavia, non era una cosa che si potesse fare rapidamente.

E allora è iniziata l’attesa. Ed è continuata. Per tre anni interi.

E mentre aspettavo mi sono astenuto dal ricevere la Santa Comunione. Sono andato a Messa la maggior parte delle domeniche e spesso durante la settimana, ma – accettando in buona fede gli insegnamenti della Chiesa e confidando che fossero per il mio bene – sono stato obbediente e mi sono tenuto lontano dalla fila della Comunione.

A volte questo fatto mi ha rattristato (sì, ho letteralmente pianto), altre volte ero ansioso, ma sorprendentemente non mi sono mai sentito a disagio per il fatto di dover rimanere seduto o di dovermi inginocchiare mentre chiunque altro – e intendo chiunque altro – si alzava e si metteva in fila.

Ma poi ho iniziato a notare qualcosa.

Più rimanevo fedele all’obbedienza dell’attesa, più mi sentivo sicuro; mi sentivo protetto, e amato. La “Comunione spirituale” è diventata la mia pratica, immaginandomi al posto della prossima persona in fila. E sapevo che stavo diventando più forte, più disciplinato – che stavo lentamente diventando pronto.

E ora l’attesa è finita per via di un dono che mia moglie mi sta per fare – lo sta facendo a tutti e due – come regalo per il nostro 30° anniversario: un matrimonio in Chiesa. Che dono amorevole da parte sua! Che gesto splendido e magnifico!

E questo mi riporta alla mia recente confessione, al mio nuovo inizio e al monsignore che ha capovolto la maledizione, quello che ora celebrerà la cerimonia.

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Tags:
comunioneconfessionematrimonioobbedienzapazienza
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