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Quando nostro padre va in cielo

© Mojpe

Claudio De Castro - pubblicato il 28/10/16

La testimonianza forte di un figlio grato a Dio per la vita di suo papà, che ora non c'è più

Ci sono due parole con cui mi hanno chiamato più volte, nel corso della mia vita: “ingenuo” e “strano”.

Mio padre mi chiamava spesso “ingenuo“. E non capivo il perché. È vero, a volte vivevo su un altro pianeta, ma era per una buona ragione: cercavo il mio destino, il motivo della mia esistenza.

Volevo sapere ciò che Dio si aspettasse da me. E volevo spingermi persino oltre: Volevo conoscere Dio. Vederlo. Sapere cosa pensava, scoprire il perché di tante cose”.

Il mondo era un mistero per me. E io tentavo di scoprire i suoi segreti.

Ho da poco compiuto 59 anni e mi trovo nello stesso posto dove ho iniziato, sognando ancora ad occhi aperti. Solo che adesso sono un adulto “ingenuo”.

Non ho trovato le risposte alle mie domande, e ho molte più preoccupazioni alle quali soltanto Dio può rispondere.

Che cosa è cambiato? Adesso lo cerco con più forza. Sogno la Sua presenza nella mia vita. Voglio sperimentarlo, affinché io possa conoscerlo. E voglio conoscerlo, affinché io possa amarlo.

Mi hanno chiamato anche “strano” per il mio modo di pensare.

Quando mio padre è morto, era tra le mie braccia.

Gli parlavo del cielo. Gli ripetevo quelle preghiere che tanto amava e gli raccontavo ciò che vedevo fuori dalla finestra di quell’ospedale. “Una giornata splendida, col cielo sereno, pronto a riceverti”. Ricordo le lacrime in procinto di sgorgare dai suoi occhi, e ricordo esattamente ciò che gli dissi: “So che mi ascolti. Ho visto una lacrime uscire dai tuoi occhi. Non preoccuparti. Lo affronteremo insieme, io e te. Non ti abbandonerò un solo istante”.

Quando se ne andò, mi alzai sconvolto e recitai ad alta voce un Padre Nostro. Volevo fissarlo nella mia mente, per non dimenticare mai papà. Lo baciai sulla fronte, sapendo che non avrei potuto farlo mai più, e lasciai la stanza.


LEGGI ANCHE: Lettera di un papà ai suoi figli


Fuori c’era una signora, che mi disse: “Mi dispiace tanto”.

In quel dolore che mi teneva in ostaggio, nell’anima sentivo una sorta di allegria. Una gioia inspiegabile. La certezza di sapere che lui era andato in cielo.

Risposi, senza quasi rendermene conto: “A me no”.

La signora fece un passo indietro, mi guardò e disse: “Certo che tu sei proprio strano”.

Continuai a camminare per i corridoi di quell’ospedale, ignaro di ciò che mi circondava, assorto nei miei pensieri, pregando per l’anima di mio padre. E ringraziando Dio per la vita di papà, e per il fatto che sia stato su questa Terra.

Mentre sto scrivendo, il volto è segnato da una lacrima di profondo dolore.

Mi manchi, papá.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Valerio Evangelista]

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