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Stile di vita

L'orgoglio di 'credersi qualcuno', una zavorra per il matrimonio

Orfa Astorga - pubblicato il 26/10/16

È difficile, per chi è cresciuto in un'ambiente domestico esigente e competitivo, accettare di essere amato gratuitamente e non "per il proprio valore"

“Amore mio, hai lasciato il caffè e il muffin che ti ho preparato”, mi disse mia moglie con tono affettuoso.

“Non ho tempo, si è fatto tardi”, fu la mia secca risposta. In realtà avevo ancora qualche minuto, ma ero alterato perché non mi aveva preparato la colazione nei tempi e modi che mi aspettavo io.

Mi consideravo un individuo professionalmente di successo, davo il massimo, e pretendevo di essere trattato diversamente in base a ciò che facevo, possedevo, conoscevo. Mi sono spesso comportato da maleducato, da villano… un’arroganza che mia moglie ha pazientemente sopportato.

Avevo tuttavia intrapreso un percorso verso una maggiore maturità, rendendomi conto che l’amore di mia moglie era davvero disinteressato. Che lei vedeva in me qualcosa in più dei miei decantati successi. Un qualcosa per cui io ero degno di essere amato con atti di abnegazione e sacrificio; un amore in cui lei mi rispettava, sperando che anche io, a mia volta, le mostrassi amore incondizionato.

Alla fine riuscii ad ammorbidirmi. Smisi di resistere e mi accettai dalla prospettiva dei miei difetti e limiti. Fu così che potei riconoscere il mio falso orgoglio, che ha avuto il controllo su di me per buona parte della mia vita… e iniziare a combatterlo, per fare progressi nel mio rapporto d’amore.

Ci volle un po’ di tempo, perché c’erano molte idee sbagliate radicate nel mio modo di essere e di pensare, ma l’amore fa miracoli e io iniziai a cambiare.

Adesso capisco che – sebbene tutti nasciamo con un patrimonio genetico, al quale va aggiunta l’educazione della famiglia e le influenze dell’ambiente in cui cresciamo – questi fattori non possono determinare il destino dell’uomo, perché quest’ultimo si realizza attraverso la propria libertà.

E il miglior uso che si possa fare della libertà è dedicarla all’amore.

Compresi che i miei genitori, che ne fossero consapevoli o meno, mi fecero sentire che c’erano delle condizioni da soddisfare se avessi voluto il loro amore: avere successo a scuola e nello sport, essere competitivo, vincere una borsa di studio, ecc. vollero che io studiassi molto, lavorassi molto e ponessi la mia ricerca di affermazione come valore assoluto. Sviluppai dunque una personalità che mi rese allergico a riconoscere i miei difetti e limiti e ansioso di raggiungere la perfezione. Pensavo – sbagliandomi – di potermi così guadagnare l’accettazione degli altri, ponendoli su un livello inferiore. Anteposi un falso io ad una sana accettazione di me stesso, causando in me un danno enorme. In alcuni momenti sono stato sull’orlo della depressione e del consumo di droga, ma grazie a Dio non è mai successo.


LEGGI ANCHE: Dovremmo spingere i nostri figli ad aspirare alla perfezione?


Ero un mortale, con tanti limiti e difetti. Ma non volevo ammetterlo, altrimenti avrei perso la pace.

Un giorno partecipai ad una maratona. Mi preparai duramente con la solita ansia di competere e superare tutti gli altri, mi impegnai molto… e arrivai ultimo.

Ignorato dal pubblico, lontano dagli applausi e completamente spompato, vinsi l’incomparabile trofeo degli abbracci, dei complimenti entusiasti di mia moglie e dei miei figli. Erano corsi ad abbracciarmi congratulandosi per il mio sforzo, dato che non ero un atleta professionista. Vedevano in me un campione, confermandomi quella che già stava iniziando ad essere una mia convinzione… mi amavano soltanto per essere chi ero e davano valore ai miei sforzi, al valore della mia persona, a prescindere dai risultati.

Io, che ero orgoglioso e pensavo di non avere bisogno degli altri e mi davo da fare per sentirmi importante, iniziai a riconoscere che l’amore richiede anche generosità, disinteresse nel dare e nel darsi, ed anche l’umiltà di saper ricevere i doni degli altri.

Adesso riconosco, con un orgoglio positivo, tutto ciò che mi ha dato la vita, anche attraverso gli sforzi miei e della mia famiglia. Ma ho abbandonato l’abitudine di paragonarmi agli altri e l’aspirazione a primeggiare in tutto, sia in famiglia che al lavoro. Non do più a me stesso l’importanza che davo prima, e neanche alle opinioni che gli altri hanno su di me. Soprattutto, ora sono capace di sentirmi gratificato più per gli sforzi fatti che per i successi ottenuti.

La falsa autostima che porta ad ignorare i propri difetti, così come il falso orgoglio che è conseguenza del paragone con gli altri (solo per sentirsi superiori), sono limiti che rischiamo di tramandare ai nostri figli. Ecco perché faccio di tutto per far capire loro che loro madre ed io li amiamo così come sono, non per le loro qualità, per ciò che sanno o per ciò che riescono a fare. Ho visto uno dei miei figli studiare moltissimo una materia per la quale non si sente portato. Ha passato il test con un meraviglioso sufficiente, ottenendo da me e sua madre un 10 per l’impegno. Il messaggio che gli abbiamo voluto dare è che lo amiamo senza condizioni, se non quella di affermare la sua identità attraverso l’impegno personale e la libera risposta a ciò per cui si sente chiamato e portato.

La lezione di vita che ho imparato è che la questione fondamentale, nell’ambito dell’educazione ai figli, è di mostrare loro che l’affetto ricevuto non dipende da ciò che riescono ad ottenere. Dobbiamo insegnare loro a impegnarsi a fare ciò che amano, per passione; e non perché devono guadagnarsi l’apprezzamento altrui, meno che mai quello dei loro genitori.

Altrimenti ci troviamo di fronte ad un ricatto affettivo che finisce col fare molto danno. Se delle qualità tanto belle quali sono la manualità, la propensione agli sport e lo spirito di iniziativa non sono orientati verso l’amore già dall’inizio, diventeranno strumenti dell’orgoglio. E i nostri figli saranno insoddisfatti per tutta la vita, nonostante i successi che otterranno.

Ma la cosa peggiore è che non sapranno crescere nell’amore.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Valerio Evangelista]

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