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Che fare quando una persona che ami soffre di una dipendenza?

Skrebtsov - Shutterstock

Suor Theresa Aleteia Noble - pubblicato il 25/10/16

Un mio caro amico è sepolto sotto anni di abusi, tossicodipendenza e peccato. Solo Dio può tirarlo fuori

Quando l’ho visto per la prima volta vagare nella sala parrocchiale mi sono chiesta se si fosse perso. Cappello all’indietro e pantaloni calati, camminava come un ragazzino abituato a esigere rispetto da chi lo circonda.

Visto che ero l’incaricata dell’evento parrocchiale, mi sono fatta forza e gli sono andata incontro.

“Salve”, ho detto cercando di essere decisa ma gentile. “Sei qui per la serata di giochi?”

I suoi occhi hanno perso immediatamente la loro durezza e ha assunto un’espressione imbarazzata. Un timido sorriso gli ha attraversato il volto: “Sì, grazie”. Si è seduto come un bambino e ha guadato con interesse mentre gli altri giocavano a Uno.

Ho incontrato per la prima volta il mio amico, che chiameremo Ben, in occasione di un incontro sociale che avevo organizzato per la mia parrocchia di Oakland. Presto ha rivelato a me e a varie altre persone che frequentavano regolarmente la parrocchia che era appena uscito di prigione. Ma, ci ha assicurato, quando era in carcere aveva trovato Gesù ed era tornato alla sua fede cattolica.

Ben è stato una fonte di ispirazione per tutti noi. Conosceva a menadito la Scrittura. Era pieno di entusiasmo, gioia e compassione per chi lo circondava. Era un gentleman che si mostrava preoccupato per le persone più anziane del nostro gruppo, chiedeva sempre a tutti come stavano e apriva la porta per far passare gli altri. Ed era infiammato di fede. A volte mi chiedevo se non fosse chiamato a diventare sacerdote.

Ho scoperto presto che Ben era stato allevato da due genitori vittime di dipendenze. Era diventato tossicodipendente ancor prima dell’adolescenza. Alla fine aveva iniziato a spacciare, era stato arrestato ed era finito in prigione, dove aveva vissuto un’esperienza di conversione, aveva smesso di drogarsi e si era coinvolto nel ministero cattolico. Tutto questo lo aveva cambiato, ma il suo passato era sempre lì, pronto a trascinarlo in basso.

Un giorno, mentre eravamo in giro con degli amici, qualcuno gli ha chiesto: “Ben, pensi che tornerai mai a drogarti?”

Pensavo che sua risposta sarebbe stata “Sicuramente no!”, ma si è fermato un attimo, e poi con il suo stile franco ha detto: “Non ne sono sicuro. Spero davvero di no”.

Quel momento è inciso nella mia memoria. Ricordo la strada che stavamo percorrendo. Ricordo lo sguardo sorpreso sul volto dell’altro mio amico, e ricordo di aver pensato: “Non so davvero come sia essere Ben”.

Poco dopo ho abbandonato la zona della Baia per entrare in convento, ma ci siamo tenuti in contatto.

Ben aveva avuto ben pochi aiuti nella sua vita, e mi sentivo come la sua sorella maggiore. Lavorava e andava a scuola, ma un giorno mi ha detto che sentiva di doversi concentrare sull’accudire la nonna anziana, malata di demenza. Nessun altro riusciva a prendersene cura. Mi sono chiesta se ci sarebbe riuscito, ma Ben si è rifiutato di considerare qualsiasi altra opportunità. Ha lasciato il lavoro e la sua vita si è concentrata sull’assistenza alla nonna.

Ho iniziato a ricevere sue notizie più raramente. Gli ho mandato del denaro nella speranza che sarebbe venuto alla mia professione, ma mi ha detto che non ce la faceva. Ho cominciato a chiedermi cosa stesse succedendo. Il Ben che conoscevo non si sarebbe mai perso la mia professione se avesse potuto evitarlo. Qualche mese dopo ho ricevuto una telefonata.

“Devo dirti una cosa, Theresa, e so che ti arrabbierai. Mi sono drogato di nuovo”, mi ha detto Ben con la voce tremante. Poi ha aggiunto in fretta: “Ma ho smesso e ne verrò fuori”.

Sono rimasta gelata. “Qual è la cosa giusta da dire in una situazione come questa?”, mi sono chiesta. Ho capito subito quanto fossi stata ingenua, mandandogli del denaro, ascoltanto le sue telefonate ansiose e paranoiche e cercando di provare empatia. Perché non me ne ero accorta prima?

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