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«Io sono colui che sono»: perché Dio si presenta così?

beer worawut/Shutterstock

Toscana Oggi - pubblicato il 24/10/16

Una domanda che prende lo spunto dal racconto biblico dell'Esodo, quando Dio si rivela a Mosé

Nella Bibbia troviamo spesso l’affermazione di Dio «Io Sono» sopratutto quando Dio chiamò Mosè sull’Oreb e Mosè appare incuriosito al punto che vuole sapere se Dio ha un nome. Ma Dio gli risponde così: «Io Sono colui che sono» Mosè non comprende e Dio prosegue dicendo: «Io sono il Dio dei tuoi padri il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe». La mia domanda è questa: come mai Dio si manifesta in maniera invisibile senza farsi vedere e senza svelare la sua vera identità che si vedrà meglio con l’arrivo di Gesù in quanto «Messia» tanto atteso ma sopratutto in quanto Figlio di Dio?

Marco Giraldi

Risponde don Francesco Carensi, docente di Sacra Scrittura alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale.

Per rispondere alla domanda del lettore propongo la lettura del testo dell’Esodo, capitolo 3, versetti 13-15. Si legge: «Mosè disse a Dio: “Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: ’Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi’. Mi diranno: ’Qual è il suo nome?’. E io che cosa risponderò loro?”. Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono!”» Dio presenta la sua identità in modo misterioso. Mosè immagina giustamente che il popolo reagirà con una domanda. All’annuncio del suo incarico, chiederà: «Qual è il suo nome?».

La domanda è allo stesso tempo una richiesta di informazione sul suo nome, e di spiegazione del suo significato. Certamente il popolo vuole sapere qualcosa di più sulle vere intenzioni di Dio. Chiedendogli di conoscere il suo nome, cerca di comprendere il nuovo tipo di relazione che Dio stabilisce con lui. In passato Dio si era rapportato come il Dio dei padri. In quale rapporto sarà ora con Israele?

Adesso Dio da una risposta a Mosè, che si distingue da quella destinata al popolo, in risposta alla sua eventuale richiesta. Il fatto che la risposta sia indirizzata a Mosè, sta ad indicare che la domanda non è presa in modo superficiale. Essa rivela qualcosa di Mosè e del popolo. Disse Dio: «Io sono colui che sono». Questa espressione è paradossalmente sia una risposta che un rifiuto a rispondere. Dio vuol far capire a Mosè che si manifesterà secondo il suo piano. In seguito Dio darà una risposta al quesito del popolo posto da Mosè, «Così dirai agli Israeliti: “Io-Sono mi ha mandato a voi”» (versetto 15). Anche il popolo sperimenterà il piano di Dio che gli riserva per il futuro. Una volta spiegato il significato del nome, in una proposizione che è parallela a quella del versetto 14, viene dato lo stesso nome ineffabile: yahwehè il Dio dei padri. È lui che ha inviato Mosè. La parte finale del versetto 15 è rivolta di nuovo a Mosè: «Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione». Il nome viene rivelato non per soddisfare la curiosità di Israele, ma per essere lo strumento di un’adorazione continua.

Dopo aver inquadrato il discorso sul nome, mi volevo concentrare sul significato del nome di Dio. La frase «io sono colui che sono», stando alle regole della grammatica ebraica, significa «io sono colui che c’era, che c’è e che ci sarà», cioè «io sono colui che è sempre presente», «io ci sono». Dio si rivela come un Dio personale, (Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe), continuamente presente nella storia accanto all’uomo. Il versetto 14 ci aiuta a conoscere il significato del nome di Dio con quattro consonanti, il cosiddetto tetragramma, yhwh, che veniva pronunciato come yahweh. Per rispetto del nome sacro gli ebrei del tempo non lo hanno più pronunciato, sostituendolo con «Adonai» che significa «Signore». Yahweh significa, «egli c’era, c’è e ci sarà», «egli è presente».

Il nome non è una definizione filosofica dell’essenza divina, quanto piuttosto una descrizione del suo agire sul mondo a favore dell’uomo, del popolo. Il nome indica nella Bibbia l’identità di Dio che agisce nella storia. Pensiamo ad un altro testo del nuovo testamento, Romani 10, 13: «chiunque invoca il nome del Signore sarà salvo». In questo caso si tratta di Gesù risorto che nella risurrezione è stato costituito Signore, cioè con lo stesso nome di Dio.

Dio si rivela rivelando il suo nome. L’uomo talvolta pretende di ridurre Dio ad un immagine e ad inserirlo nei propri schemi. In questo senso si deve ricordare come nell’antichità l’immagine della divinità fosse considerata come una realtà magica, possedendo la quale è possibile dominare Dio stesso. La lotta contro le immagini di Dio è una lotta contro ogni tentativo di ridurre Dio ad oggetto manipolabile dall’uomo, di farsi un Dio a proprio uso e consumo. Dunque è un Dio che si deve ascoltare prima ancora di vedere. Dio si farà visibile in Gesù, nel quale possiamo scoprire la vera immagine di Dio.

Dunque Dio rivela se stesso senza offrire un’immagine, ma cercando una relazione con l’uomo. E nella pienezza dei tempi si scoprirà che questa immagine assume i tratti di un uomo, Gesù.

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