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Diane Montagna - Aleteia - pubblicato il 21/10/16


La posizione del Vaticano

Il Vaticano non è nuovo alla questione della registrazione delle confessioni.

Nel 1988, la Congregazione per la dottrina della fede ha affrontato la questione generale della registrazione delle confessioni sacramentali in un documento chiamato “decretum de sacramenti paenitentiae dignitate tuendam” (Decreto riguardante la scomunica a colui che divulga le confessioni). Questo breve documento ha delineato il principio generale secondo cui registrare la confessione sacramentale “con qualsiasi strumento tecnico” compromette direttamente la dignità del sacramento; il che è considerato, in un certo senso, un delitto contro la fede, e dunque è competenza della Congregazione per la dottrina della fede. In altre parole, se qualcuno è accusato di aver compiuto quest’azione, soltanto la CDF può risolvere la questione. È alla stregua dell’abuso sessuale di minori, eresia ed apostasia.

Il delitto prevede anche la “diffusione maliziosa” di quanto detto nella confessione, sia da parte del confessore che del penitente, che sia vera o simulata.

Queste norme furono stabilite ben prima dell’avvento degli smartphone e sicuramente prima che qualsiasi tecnologia potesse attivare a distanza – e senza allertare l’utente — un microfono o uno strumento di registrazione. Queste norme sono però abbastanza generali da coprire la situazione attuale. Ascoltare non equivale a registrare, ma viene applicato lo stesso principio. Se qualcuno ascolta e condivide il contenuto della confessione, commette un delitto.

Un funzionario del Vaticano esperto nella materia ha dichiarato ad Aleteia che soltanto il sacerdote è costretto al sigillo sacramentale. Qualsiasi altra persona origli le informazioni rivelate durante la confessione è però costretto alla “segretezza”, e qualsiasi violazione sarebbe da considerarsi immorale.


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È prudente da parte di un sacerdote portare con sé uno smartphone? “No”, ha dichiarato. “La prudenza sarebbe non creare una realtà da un’ipotesi”.

La sacra intimità della Confessione

Ciò che rende la questione così delicata è che, durante il sacramento della Confessione, una persona è “maggiormente vulnerabile nei confronti dell’altra persona, e quindi di Cristo”, ha dichiarato il funzionario. “È il momento in cui siamo più vulnerabili. È il sigillo sacramentale a spingere i fedeli alla Confessione; nient’altro potrebbe convincere le persone a condividere parole talmente intime”.

Ha sottolineato che l’attuale “epoca dei selfie glorifica la debolezza”, e alcune persone se ne vantano sui social media per ottenere fama. Ma la Confessione “non ha nulla a che vedere con tutto ciò”. Non ci si confessa per ottenere fama, quanto invece per prendere coscienza del proprio peccato e della propria debolezza col desiderio di lasciarseli alle spalle.

“L’unica cosa che si ottiene manifestando la propria debolezza nella Confessione è la salvezza”, ha spiegato. “Il sigillo sacramentale protegge l’intimità di quel momento di totale rivelazione di sé. È la protezione del dono che Gesù fece a Pietro di legare e sciogliere”.

Precauzioni per sacerdoti e penitenti

Alla luce di questi aspetti delicati e del bisogno di salvaguardare la sacralità della Confessione, il domenicano padre Ezra Sullivan, docente di Teologia Morale alla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino a Roma, ha dichiarato che il penitente ha “l’obbligo di spegnere il microfono” per assicurarsi che “la sua privacy e quella del sacerdote sia preservata, in modo che nessuno sviluppatore di app possa ascoltare quel sacro momento”.

[Traduzione dall’inglese a cura di Valerio Evangelista]

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confessionefacebooktecnologia
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