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Cina, i cattolici “clandestini” respingono “l’operazione Dong”

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«Se le diocesi hanno bisogno di un vescovo, possono contattarmi al mio cellulare 138/03334XXX». Così, a inizio settembre, il sacerdote cinese Paulus Dong Guanhua già prometteva ordinazioni episcopali su richiesta, dalle pagine del website cattolico tianzhujiao.online. Poi, l’11 settembre, vestito da vescovo, con la mitra e il pastorale, Paulus Dong ha celebrato la messa del suo “insediamento episcopale” in una chiesa della diocesi di Zhengding, nella Provincia dell’Hebei, circondato da qualche centinaio di seguaci, tra suoni di gong e mortaretti.  

Nella vicenda del sedicente vescovo, e della sua ordinazione episcopale avvenuta senza il consenso della Santa Sede, rimangono molte zone d’ombra, compresa l’ipotesi che tale ordinazione non sia in realtà mai avvenuta. Ma col tempo, riguardo e intorno al “caso Dong” affiorano anche dettagli rivelatori. Tessere di un’operazione di politica ecclesiastica che ha come ultimo bersaglio i negoziati in corso tra Pechino e la Santa Sede in merito alla condizione – presente e futura – dei vescovi cattolici cinesi.  

Una vicenda contorta.  

Le informazioni diffuse del sedicente vescovo riguardo alla sua ordinazione appaiono reticenti o – forse – intenzionalmente oscure. Secondo ricostruzioni circolate sui blog cattolici cinesi, solo nel maggio scorso Paolus Dong avrebbe iniziato a accennare pubblicamente al fatto di essere stato ordinato vescovo in tempi passati, addirittura nel 2005, e di aver poi tenuto segreta la sua ordinazione per disposizione della Santa Sede. Adesso, il “vescovo nascosto” avrebbe deciso di uscire allo scoperto e iniziare a esercitare le sue funzioni episcopali, proprio per farsi carico dello “stato di emergenza” a suo giudizio innescato dai nuovi sviluppi nei rapporti tra Chiesa cattolica e Cina popolare. In occasioni e con interlocutori diversi, Dong ha fornito notizie vaghe e contraddittorie riguardo al consacrante, affermando e poi smentendo di aver ricevuto l’ordinazione dall’anziano vescovo Casimirus Wang Milu, da tempo colpito da forme di squilibrio mentale. All’Agenzia Ucanews, Dong ha anche riferito di aver a sua volta ordinato illegittimamente un altro vescovo, rifiutandosi di farne il nome per non aumentare su di lui la pressione degli apparati cinesi.  

Le versioni reticenti e contraddittorie fornite dal sedicente vescovo sembrano disseminate ad arte per creare confusione. E minano il campo anche per eventuali interventi della Santa Sede, che senza riscontri incrociati non può pronunciarsi con determinazione su una questione così delicata. Anche la retro-datazione della presunta “ordinazione occulta” fino al lontano 2005 appare calibrata per sottrarla alle disposizioni contenute nella Lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi, pubblicata nel 2007: in quel testo magisteriale, Papa Ratzinger aveva ufficialmente revocato le “facoltà speciali” – in realtà già sospese da tempo – che negli anni Ottanta, nella situazione d’emergenza provocata dalla persecuzione, avevano consentito ai vescovi cinesi di celebrare consacrazioni episcopali senza nemmeno avere la preliminare approvazione del Papa.  

Se tanti aspetti della affermata ordinazione episcopale di Dong rimangono vaghi, la “mens” che lo muove ha connotati facilmente riconoscibili. Li ha dichiarati lo stesso sedicente vescovo, nel suo intervento comparso su tianzhujiao.online il 2 settembre. In quelle poche righe, con un linguaggio a tratti sconnesso, Dong citava il dialogo tra Cina popolare e Santa Sede come una manifestazione della “Grande Apostasia” che secondo san Paolo dovrà precedere il ritorno di Cristo. Si appellava in maniera strumentale anche alle considerazioni fatte lo scorso giugno dal cardinale Joseph Zen, quelle in cui il vescovo emerito di Hong Kong, ragionando da cattolico adulto e consapevole, suggeriva di seguire la bussola della propria coscienza nel giudicare eventuali accordi tra Cina e Santa Sede. Inoltre, Dong sosteneva l’urgenza di rivalorizzare e seguire i cosiddetti «tredici punti di Fan», il memorandum fatto circolare nel lontano 1987 dal vescovo Joseph Fan Xueyan, che tra le altre cose richiamava i fedeli dell’area clandestina a non ricevere i sacramenti nelle chiese officiate da sacerdoti e vescovi “collaborativi” con la politica religiosa cinese.  

L’accenno ai «13 punti di Fan» è carico di implicazioni. Negli anni Ottanta, mentre si smorzava il tempo della persecuzione più cruenta, coincisa con la Rivoluzione culturale, Fan era stato un protagonista delle vicende dell’area cattolica cosiddetta “cladestina”, che ha sempre rifiutato di sottomettere la vita ecclesiale alle regole e agli organismi di controllo «patriottici» legati alle autorità civili. Fu lui, in quel tempo, a giocare un ruolo chiave nella rapida diffusione di una rete di vescovi cinesi “clandestini”, non riconosciuti e spesso perseguiti come fuorilegge dagli apparati di sicurezza, e lo fece in virtù della facoltà concessagli da Papa Wojtyla di compiere ordinazioni episcopali senza neanche avvertire la Santa Sede. Riproponendo i «Tredici punti”, Dong lascia intendere che la situazione attuale, con all’orizzonte una possibile intesa tra Santa Sede e governo comunista cinese, configura uno «stato d’emergenza» simile a quello vissuto ai tempi di Fan, e richiede di correre ai ripari con iniziative e facoltà “straordinarie”, analoghe a quelle messe in atto a quel tempo. Compresa la scelta di ordinare vescovi illegittimi, privi del consenso del Successore di Pietro.  

Il ballon d’essai lanciato da Dong punta a verificare se ci sono le condizioni per far nascere adesso, come ai tempi di Fan, una rete di nuovi vescovi “sotterranei”, ordinati senza previo consenso papale, pronti stavolta a “resistere” alle eventuali conseguenze dell’incombente intesa tra Cina comunista e Santa Sede. Il messaggio in codice è evidentemente rivolto alle comunità clandestine. Ma proprio da quell’area ecclesiale è arrivata finora la risposta più luminosa e consolante all’oscura provocazione del sedicente vescovo Dong.  

I clandestini sempre col Papa.  

Nel silenzio della Santa Sede, e senza bisogno di ricevere istruzioni dall’esterno, l’81enne Julius Jia Zhiguo, vescovo legittimo – cioè riconosciuto dalla Santa Sede – della diocesi di Zhengding (la stessa di cui il sedicente vescovo Dong pretende ora di portare il titolo) già il 13 settembre ha diffuso tra i sacerdoti della sua diocesi un comunicato per annunciare la scomunica latae sententiae (automatica e senza necessità di esplicita dichiarazione) in cui era incorso Dong per la sua ordinazione episcopale avvenuta senza il consenso della Santa Sede. Il vescovo Jia, considerato una bandiera vivente dai cattolici dell’area clandestina, è ammirato e seguito per la semplicità evangelica con cui esercita il suo ministero episcopale, e ha trascorso anche da anziano diversi periodi in detenzione o “residenza sorvegliata” per aver continuato a operare da vescovo, senza essere riconosciuto come tale dal governo cinese. Diverse fonti locali riferiscono che già alcuni anni fa il vescovo Julius Jia aveva sospeso padre Dong dal ministero sacerdotale. Mentre in alcune conversazioni private, lo stesso Dong ha affermato che la sua decisione di “prendere possesso” della diocesi di Zhengding era divenuta “necessaria” dopo che l’anziano Julius aveva avuto contatti con gli apparati del governo in merito ai lavori di ristrutturazione di alcune chiese. La sua scelta di collaborare con le autorità civili, secondo Dong, lo avrebbe fatto diventare ipso facto un vescovo “ufficiale”, e quindi i cattolici clandestini di Zhengding avevano bisogno di un nuovo vescovo, di cui «potersi fidare». 

La reazione immediata di Jia è essa stessa un riflesso del sensus fidei che ha custodito e guida pastori e fedeli delle comunità clandestine, anche davanti alle incognite del tempo presente. I blog cattolici cinesi pullulano di prese di distanze di battezzati che stendono uno spontaneo cordone sanitario d’isolamento intorno alle iniziative del sedicente vescovo Dong. Fino ad ora, le parole più lucide e lungimiranti per difendere il popolo di Dio dallo scandalo e dalla confusione provocati dall’ “operazione Dong” sono arrivate e continuano a arrivare da vescovi e sacerdoti “clandestini”: «Prendiamo tutto questo» ha esortato il sacerdote clandestino Paulus Han nel suo seguitissimo blog «come una lezione della storia. Non ci lasciamo confondere e spaventare da queste persone che fanno il loro gioco e usando la “fedeltà” come una parola d’ordine, mentre in realtà istigano alla ribellione. Spendiamo le nostre energie a servire l’unità della Chiesa cinese, piuttosto che nasconderci nel nostro piccolo cerchio per convincerci che i soli “giusti” siamo noi o, peggio, seminare turbamento». Gli fa eco Giuseppe Han Zhihai, vescovo “clandestino” di Lanzhou: «questa vicenda» riferisce il vescovo Han a Vatican Insider «ha mostrato che anche in Cina il seme buono della fede cresce in mezzo alla zizzania. Ci sono tanti che sfruttano anche la semplicità dei fedeli per sete di potere. Mi sento mortificato e impotente. Ma sento che anche questo fa parte del cammino per far fiorire il Vangelo nel nostro Paese. Noi cerchiamo di uscire dalla clandestinità per vivere meglio il Vangelo nel nostro ambiente. E lo stesso fanno i fratelli delle comunità “ufficiali”, quelli che hanno la passione di testimoniare la loro fede in Cristo e certo non possono essere accusati di sacrificare la dottrina della Chiesa». Le stesse parole arrivano da Giuseppe Wei Jingyi, vescovo “clandestino” di Qiqihar: «Noi siamo contenti soltanto di camminare insieme a tutti quelli che sono in comunione con il Papa. Il resto non ci interessa».  

Bombe a orologeria.  

L’ “operazione Dong” ha fatto emergere in termini oggettivi il Sensus fidei testimoniato da tanti esponenti delle comunità clandestine. Ma intorno all’intera vicenda vengono propagandate anche chiavi interpretative che la accreditano come una manifestazione sintomatica, una specie di “eruzione cutanea” del malessere circolante tra le comunità clandestine riguardo al processo di dialogo con il governo cinese intrapreso dalla Santa Sede. «In filigrana» ha scritto ad esempio Eglises d’Asie (EDA) l’Agenzia d’informazioni della Société des Missions Etrangères de Paris «si legge la frustrazione di certi ambienti “clandestini” nei confronti di Roma, che non comprendono i negoziati in corso tra la Santa Sede e Pechino». L’organo delle Mep, su cui un tempo scrivevano missionari appassionati e profondi conoscitori della questione cinese come Jean Charbonnier, riporta anche la voce secondo cui in Cina ci sarebbero già «dai cinque ai dieci» vescovi ordinati in seno alle comunità “clandestine” senza il consenso pontificio. La «trovata» mediatizzata del sedicente vescovo Dong, lungi dall’essere ridotta a caso isolato con implicazioni psichiatriche, viene accreditata da EDA come una avvisaglia del «rischio molto reale di vedersi produrre uno scisma in seno alla Chiesa in Cina», per non aver ascoltato gli allarmi riguardanti il «sentimento d’isolamento» presente tra i cattolici clandestini.  

Così «l’operazione Dong» diviene spunto per accreditare valutazioni oggettivamente colpevolizzanti nei confronti della Santa Sede e del suo modus operandi rispetto al governo cinese. Le difficoltà e i problemi che segnano questa fase delicata – compreso il caso del sedicente vescovo illegittimo dell’Hebei – diventano occasioni da sfruttare per i circoli e i gruppi – attivi soprattutto fuori dalla Cina – presi al momento dall’interesse primario di contestare e magari scongiurare la possibilità di un’intesa tra Roma e Pechino. Anche a costo di gettare l’ombra dello scisma sull’intera area ecclesiale clandestina. Manovre sofisticate, a cui risponde con una punta d’indignazione Giuseppe Wei: «Siamo stati fedeli al Papa e alla Chiesa di Roma» rimarca il vescovo “clandestino” di Qiqihar «a costo di umiliazioni e sofferenze, e lo siamo anche adesso, mentre la Santa Sede tratta col governo cinese per risolvere i problemi. Sappiamo che ci possono essere dei rischi, ma non abbiamo la pretesa che tutto sia “garantito” prima di iniziare il cammino. Siamo cattolici perché ci fidiamo di Gesù, e per questo ci fidiamo del Papa. E l’idea per cui saremmo pronti a ribellarci al Papa proprio adesso, dopo tutto quello che abbiamo attraversato rimanendo fedeli, rappresenta anche un insulto alla nostra intelligenza».  

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