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A proposito di David Foster Wallace…

© Steve Rhodes CC
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Uno scrittore prolifico, capace di guardare alla crisi di valori del suo paese, gli USA, e indicarne cause e vie d’uscita

E’ passato un po’ in sordina l’anniversario della morte di David Foster Wallace, quello che critica e pubblico ha decretato come il miglior scrittore della sua generazione. L’evento non è stato particolarmente sottolineato – credo – per una serie di motivi. Il primo è che egli è morto suicida, a 46 anni, il 12 settembre del 2008, il secondo motivo è che pochi sono disposti a leggere, oggi, volumi da 1400 pagine come il suo ultimo romanzo: Infinite Jest. Eppure tutti dovremmo.

Ad otto anni dal suo suicidio (12 settembre 2008), sempre a ridosso di quell’altro crash dell’11 settembre 2001 (“l’evento perfetto che unisce in sé tutti gli eventi che non sono mai accaduti”, scrisse Baudrillard) ricordato solennemente a cadenza inesorabile nell’intero sistema mondo 24 ore prima della morte di David, ecco che quell’immagine gentile e dolce, glaciale e distante, dell’omone con la bandana attorno alla fronte, di quel cristone alto come un palo e robusto come una quercia, spezzato all’improvviso da una corda sospesa su un patio che non sembra all’improvviso più reggere il peso del mondo, diventa come una ricorrenza istituzionale di un lutto inspiegabile (il Fatto).

Il giornalista David Lipsky, della rivista Rolling Stone, che trascorse cinque giorni con lui, viaggiando per centinaia di chilometri, parlando di politica, letteratura, cinema, dipendenze e depressione. Lipsky (che ha poi trascritto in un libro edito da minimum fax) inizia così:

David era alto quasi un metro e novanta, e quando era in forma pesava novanta chili. Aveva gli occhi scuri, la voce dolce, un mento da cavernicolo, una bocca adorabile, con le labbra a punta, che era il suo tratto migliore. Camminava con l’andatura molleggiata dell’ex atleta: un movimento ondulatorio che partiva dai talloni, come se ogni fisica fosse un piacere.

E prosegue:

Promosso per tutte le superiori con il massimo dei voti, ha giocato a football, ha giocato a tennis, ha scritto una tesi in filosofia e un romanzo ancora prima di laurearsi ad Amrhest, ha seguito un corso di specializzazione in scrittura creativa, ha pubblicato il romanzo, ha fatto sì che una città intera di editor e scrittori bercianti, sgomitanti e pronti a gambizzare chiunque si innamorasse di lui perdutamente. Ha pubblicato un romanzo di mille pagine, ha ricevuto l’unico premio del paese che si assegna a chi viene riconosciuto un genio, ha scritto articoli che restituiscono meglio di qualunque altra cosa la sensazione di ciò che significa essere vivi al giorno d’oggi, ha accettato una cattedra speciale di scrittura creativa presso un’università californiana, si è sposato, ha pubblicato un altro libro e si è impiccato all’età di quarantasei anni. (Come diventare se stessi, David Lipsky, minimum fax)

Già queste poche parole ci spingono a pensare di essere di fronte ad un personaggio straordinario, ma lo è molto di più se seguiamo le orme tracciate da Il Foglio, a firma di Giulio Meotti, in un lungo articolo celebrativo che ne dischiude, ad un pubblico ampio e spesso frettoloso, il pensiero profondo, la capacità di guardare fino in fondo l’America – e forse l’Occidente? – del suo tempo.

Vent’anni fa, un giovane scrittore che insegnava in California mise in subbuglio la letteratura americana con un romanzo di mille pagine, “Infinite Jest”, ambientato tra il formalismo snob di un circolo del tennis e un Leoncavallo americano. Un romanzo che ne fece, parola del New York Times, “uno dei più grandi talenti che abbiamo”. Il cantore di un’America tragica, “sad” diceva Wallace, ritratto intimo e desolante di un paese interessato solo a compiacere se stesso. La trama del libro (Einaudi in Italia), inserito da Time tra le cento migliori opere in lingua inglese tra il 1923 e il 2005, riguarda un film così divertente da ridurre tutti coloro che lo vedono a uno stupore catatonico. Wallace racconta un’America che ha perso la magia e mantenuto i vizi: tutto è commercio. La Statua della Libertà, invece della torcia, regge un hamburger e il presidente è un ex cantante che promette “un paese pulito” (Il Foglio).

Qui in una breve intervista rilasciata a Capri nel 2006 a proposito del tema del “fallimento”:

Nel suo ultimo romanzo, “Il re pallido”, Wallace propone qualcosa di più di quanto la società proponga (o imponga), vale a dire che non si può fare a meno di sperare che la vita sia qualcosa di più. Sembra strano detto da qualcuno che ha poi commesso un suicidio a causa della depressione, ed è certamente straniante. Wallace spera, forse “sa” che c’è qualcosa di più, ma non riesce a trovarlo, ad afferrarlo e questa speranza “infranta” in lui provoca la morte? E’ possibile, ma nella sua resa finale c’è anche una indicazione: provateci voi.

Per dirla con Adam Kirsch di New Republic, “Wallace cercò di diagnosticare le cause culturali della svolta della sua generazione in anomia”. L’inferno di Wallace è la coscienza di sé disgustata da ciò che sa. Dio è morto, ma è sostituito da tutti gli altri dèi. Tutto è permesso, ma ognuno resta incollato al televisore. I suoi personaggi sono tutt’altro che soddisfatti di questo tardo capitalismo postmoderno. Se c’è una morale in Wallace potrebbe essere che la trascendenza continua a esercitare la sua pressione sulla narrativa contemporanea, perforando i confini sicuri della laicità letteraria. Wallace era preoccupato per il legame tra distrazione e solipsismo che sentiva stesse defininendo la vita americana contemporanea.
Wallace aveva capito che il postmoderno poggiava su una malattia del nostro tempo: la tirannia dell’ironia. Un carapace protettivo, come Wallace ha sottolineato. “L’ironia e il ridicolo sono divertenti ed efficaci – osservava – “e… allo stesso tempo, essi sono gli agenti di una grande disperazione e stasi nella cultura degli Stati Uniti”. Un tempo, l’ironia è servita a sfidare l’establishment; ora ne è una istituzione. L’arte dell’ironia si è trasformata in arte ironica. Ironia per amore dell’ironia (Il Foglio).

Disinteressato verso il milieu culturale dei suoi genitori, Wallace guarda ai repubblicani che parlano di valori, si avvicinò a McCain contro Bush alle primarie del 2000, ne uscì una riflessione sul valore:

Anche se nato in una famiglia liberal di accademici, Wallace ha votato per Ronald Reagan (“hai bisogno di un pazzo per sistemare l’economia”, diceva all’amico Corey Washington) e sostenuto Ross Perot nel 1992. E quando gli chiesero di seguire la campagna elettorale di John McCain nelle primarie che lo opposero nel 2000 a George W. Bush, Wallace accettò e ne uscì un saggio sublime su un pezzo d’America. “Forza, Simba” è il titolo del reportage inserito in “Considera l’aragosta” (Einaudi, Stile Libero).

“Avete tre arti spezzati, e state cadendo sulla capitale nemica che avete appena tentato di bombardare. Immaginate di guadare un lago con le braccia rotte, mentre una folla di nordvietnamiti nuota verso di voi, e uno vi caccia una baionetta nell’inguine”. Finché David Foster Wallace si commuove, pensando che quel signore malconcio “non cerca solo dollari o voti. Parla di onore, di devozione, di sacrificio come se queste parole davvero rappresentino qualcosa”. Detestava gran parte della letteratura contemporanea. I vari McInerney ed Ellis, tacciati da Wallace di “nichilismo”. E i minimalisti, definiti da Wallace affetti da “realismo catatonico”. Odiava anche la digitalizzazione della cultura contemporanea, che in una lettera a Don DeLillo del 2000 aveva così sintetizzato: “Digitale, astratto, sterile”. La paragonava a una religione laica con i propri sacerdoti. Degli scrittori contemporanei, Wallace amava Cormac McCarthy, il più religioso e lirico di tutti. E dei passati, Fëdor Dostoevskij, una scelta strana per un liberal che insegnava scrittura creativa (Il Foglio).

Contro un certo laicismo, contro il consumo elevato a cultura e culto, a Wallace, forse è mancato Dio, una idea di Dio non necessariamente la fede, di certo è stato un uomo in ricerca e ha lasciato bellissimi romanzi.

Vi lasciamo con una frase che vale tenersi stretta tratta da Il Re Pallido, il suo romanzo postumo, che pare un addio ma anche una ammonizione:

“La nostra piccolezza, la nostra insignificanza e natura mortale, mia e vostra, la cosa a cui per tutto il tempo cerchiamo di non pensare direttamente, che siamo minuscoli e alla mercè di grandi forze e che il tempo passa incessantemente, e che ogni giorno abbiamo perso un altro giorno che non tornerà più e la nostra infanzia è finita e con lei l’adolescenza e il vigore della gioventù e presto l’età adulta, che tutto quello che vediamo intorno a noi non fa che decadere ed andarsene, tutto se ne va e anche noi, anch’io, da come sono sfrecciati via questi quarantadue anni tra non molto me ne andrò anch’io, chi mai avrebbe pensato che esistesse un modo più veritiero di dire “morire”, “andarsene”, il solo suono mi fa sentire come mi sento al crepuscolo di una domenica d’inverno”.

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