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5 dèi con cui in genere confondiamo Dio

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Catholic Link - pubblicato il 17/10/16

di Mauricio Artieda

Andiamo al dunque. La vita cristiana è un processo, un cammino in cui impariamo ad amare e conoscere Dio. La vita degli apostoli ne sono l’esempio migliore: nessuno di loro iniziò il proprio percorso con Cristo sapendo con certezza chi fosse. Poco a poco, grazie agli insegnamenti d’amore del Signore, Gesù si rivelò nella pienezza della Sua divinità; ma prima che ciò accadesse gli apostoli maturarono delle personali convinzioni su chi fosse Gesù, partendo dalle proprie aspettative, ansie, paure, sogni, difetti, illusioni e da altro ancora.

Non succede forse la stessa cosa anche con noi? Naturalmente qualcuno potrà obiettare dicendo che il Catechismo è molto chiaro su chi è Dio. Ed è vero. Ma la realtà e l’esperienza concreta di vivere una vita cristiana ci dicono il contrario. Giorno dopo giorno, conosciamo e amiamo il Signore sempre di più; ma la nostra comprensione non è stabile, aumenta per poi diminuire, fa un passo in avanti e poi si interrompe, e così via. Non bisogna avere paura di questo, siamo fatti così! Ma bisogna fare attenzione, perché in questo cammino esiste anche la tentazione di fare da sé e iniziare, molte volte senza rendercene conto, a vivere una relazione con un dio fatto a nostra misura, con un idolo di plastica che proietta le nostre ferite interiori e che ostacola la nostra relazione con il Dio della vita. Di questo invece bisogna avere paura. A volte Dio tollera questi tristi rivali perché rappresentano l’unico cammino – benché a volte sia un vero e proprio deserto – attraverso cui poter sperimentare la nostalgia che ci porterà ad aprirci all’amore del vero Dio.


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Voglio descrivere alcuni di questi potenziali «dei con la d minuscola» che possono apparire nel cammino della nostra vita cristiana. Io stesso, guardando indietro nella mia vita, posso dire di aver avuto a che fare con alcuni di essi. E non ne sono totalmente pentito, perché credo che averli smascherati e aver conosciuto le ragioni per le quali sono apparsi nella mia vita mi abbia aiutato molto a desiderare Dio e a conoscerlo di più; è tuttavia importante identificarli e fuggire da essi il prima possibile. Sono dei cattivi compagni, dei cattivi consiglieri. Il diavolo si usa di loro per allontanare molte persone da Dio, a volte in modo irrevocabile.

1. Il dio dei buoni

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È un dio difficile da averci a che fare. Quando siamo – o ci sentiamo – buoni, va tutto bene; ma quando le cose si fanno dure, quando il peccato entra nella nostra vita, questo scricciolo si offende a morte ed esige – se è di buon umore – penitenze e sacrifici per porre riparo al male commesso.

Chi crede in lui deve affrontare un bivio molto duro: accettare la difficile esperienza di non essere abbastanza per il dio che ama, oppure neutralizzare questa frustrazione attraverso la pericolosa fantasia di non riconoscersi peccatori. I primi, appesantiti dai sensi di colpa, prima o poi si stufano e lo abbandonano; i secondi, a forza di razionalizzazioni e scuse, si costruiscono un mondo di fantasia in cui la critica dei difetti e dei peccati altrui diventa la droga che gli permette di sentirsi temporaneamente tranquilli e giustificati.

Nessuna di queste esperienze porta pace nel cuore del credente. Il loro dio è una costante fonte di dolore interiore.


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2. Il dio dei filosofi

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È un dio saggio e molto esigente. Per lui ciò che importa è che i suoi seguaci lo comprendano, conoscano la sua storia, ammirino i suoi dogmi e abbiano una teologia ortodossa, secondo il catechismo della Chiesa, ovviamente.

I seguaci di questa divinità erudita hanno sentito parlare molto di dio, non avendo però mai parlato con Dio. I loro discorsi sono corretti, e anche belli, ma lasciano un gusto insipido, di qualcosa di letto ma non vissuto… ed è esattamente così, perché questi uomini hanno trasformato la santità della preghiera in un’occasione per conoscere, invece che per amare.

Credono di amare dio perché lo conoscono. Ma la scala di grigio della conoscenza umana, per quanto possa essere ordinata, non è sufficiente per misurare la luce brillante e le infinite tonalità di Dio. Ed è qui che questi studiosi diligenti si sentono frustrati… a loro costa comprendere che il miglior modo per studiare l’Amore è l’amore stesso; e si sentono a disagio, perché scoprono che in fondo non sono disposti a cambiare, se questo implica dover rinunciare alla sicurezza data dalla conoscenza. Credono di studiare l’infinità e l’onnipotenza di Dio, ma in realtà – poverini – conoscono soltanto il dio nano intrappolato nella loro pedante intelligenza.


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3. Il dio degli astronomi

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Questo dio è bello come la Luna. I suoi seguaci lo contemplano con ammirazione e rispetto, soprattutto di notte, a volte con una preghiera sincera prima di addormentarsi. Ma, oltre a questo, la loro presenza nella vita di ogni giorno è soltanto decorativa. E questo non significa che non credano in lui, né che ignorino che si sia incarnato e che abbia dedicato la propria vita per redimerli dai peccati. Conoscono la loro Luna e hanno la certezza che da essa dipendano alcuni fattori gravitazionali che permettono la vita sulla Terra. Non è questo il problema. Il punto è che il dio degli astronomi non scendono sulla Terra, non si rendono tangibili, non entrano nella vita di nessuno e i loro misteri sono storia del passato.

Questi credenti sono una razza molto particolare e triste: credono di essere redenti ma non vivono come tali, credono di essere amati ma non lo sentono, credono che l’Eucaristia sia il corpo del Dio vivente ma il loro dio, in realtà, è un cadavere.

In nome di Dio, che qualcuno parli a questi uomini della Provvidenza e della Grazia! Dei santi che irradiano l’amore di Dio nel mondo, o dei sacramenti intesi come un incontro reale e concreto con Cristo. Ricordate loro che, per mezzo della Croce, le nostre vite sono state trasformate… che adesso siamo figli, che Dio è un padre concreto: lo è nelle lacrime, nei sorrisi, nelle frustrazioni e nelle gioie della vita quotidiana. Non è astratto o freddo, non rappresenta qualcosa del futuro o dei tempi che furono.

Forse, dicendo tutto questo, qualcuno potrebbe mettere da parte il telescopio e provare a credere nel Dio della vita… ma non sorprenderti se nessuno dovesse agire così, perché la fede da telescopio non sempre è frutto dell’ignoranza, molte volte è la conseguenza di una scelta consapevole presa da chi teme che la vicinanza di Dio interrompa il ritmo che loro hanno dato alla propria vita. Chissà se le loro paure fossero fondate o meno, forse Dio desidera soltanto avvicinarsi per dare loro un bacio in fronte e togliere questa dolorosa sensazione di abbandono che li travolge. Non lo sapremo mai. C’est la vie.

 4. Il dio dei mistici

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Questo dio provoca nei suoi seguaci un mix di piacere e orgoglio. Chi lo segue sperimenta, all’inizio, il calore e la vicinanza del Dio vivo; ma poi, meravigliati dall’esperienza sentimentale più che dall’incontro con il Signore, sacrificano il figlio per salvare il vitello. È così. Questi uomini pregano, mamma mia come pregano e parlano di dio! E potrebbe trattarsi anche di uomini caritatevoli; ma tutte le loro attività religiose sono incentrate su loro stessi, nell’orgoglio e nel piacere dei sensi che provano.

Ma come accade con ogni idolo, questa piccola e meschina divinità dionisiaca è anche capace di soddisfare la fame sincera di comunione presente nel cuore dei suoi fedeli. Ecco perché chi crede in questa divinità ha la costante necessità di vantarsi e di parlare in lungo e in largo della propria vita spirituale davanti agli altri. È un meccanismo disperato ma efficace; l’affetto e gli applausi ricevuti fanno rivivere momentaneamente le sensazioni piacevoli necessarie a portare avanti la messa in scena, a indossare la maschera del mistico. Purtroppo il prezzo che paga chi non rompe questo circolo vizioso è molto alto. La presunta santità è eccessiva, e il cuore – più pieno d’aria che d’amore – si gonfia fino a scoppiare in mille pezzi. Quanto soffre la Chiesa quando avviene questo!


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5. Il dio dei drammatici

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Questo dio, triste e contrito, contemplare continuamente i peccati degli uomini. Prova una sorta di piacere malato nel ricordare ai suoi fedeli i loro tradimenti, le ipocrisie e il male commesso. Esagera o sminuisce qualsiasi cosa che lo possa rendere vittima, in modo da accumulare suppliche, corone, promesse e ferventi preghiere di pentimento.

Della sua onnipotenza non v’è traccia, il peccato sembra essere molto più forte di lui. Ecco perché i suoi seguaci prendono sempre l’iniziativa: sono pieni di paura e si auto-suggestionano per raddoppiare i propri sforzi nella lotta contro il peccato. Ma inciampano, e le buone intenzioni durano pochi giorni o poche settimane, fino a quando non ricadono negli stessi errori di sempre! E la meschina divinità che adorano festeggia, perché nessuno si ricorda di essa durante questa lotta perenne. Il nome del dio dei drammatici viene pronunciato solo quando ci si sente in colpa e si presenta la necessità – fondamentalmente di tipo psicologico  – di ricevere il perdono, per poter cominciare nuovamente questo disgraziato circolo.

I drammatici e il loro dio piagnucolone – che non è altro che una proiezione di loro stessi, ovviamente – affrontano una sfida urgente, questo sì… strumentalizzare il sacramento della riconciliazione per mezzo dei propri giochi psicologici.

È tutto, per quanto riguarda questi dèi.

Se terminassi qui l’articolo, mi dovrei aspettare una domanda da parte vostra: «Ma invece qual è il vero Dio?». Una risposta semplice potrebbe essere: «… Gesù, il Dio descritto nei Vangeli», ma nella prossima pagina voglio provare a rispondere in un altro modo, secondo una metafora utilizzata da Gesù stesso.

Il Dio delle pecore smarrite

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Questo Dio si perde le pecore. Dice di essere un buon pastore a non riesce a controllarle, né le obbliga a fare ciò che Lui vuole. È sbadato, lascia aperto il recinto e si giustifica dicendo che è l’amore a definire i confini dell’ovile, e non le sbarre o i castighi. Avete visto che pastore progressista!

Ma questo sì – bisogna parlare secondo giustizia – che ama le sue pecore e le chiama per nome, una ad una. Ecco perché quando ne manca una Lui lo sa subito e fa di tutto per andarla a recuperare. Non è strano questo Dio? Non rinchiude né lega le sue pecore nel recinto, tuttavia, quando qualcuna di loro si perde, si trasforma in un cane da caccia che annusa fino ad ogni angolo della terra per trovarla. È capace di lasciare le 99 pecore per andare a recuperare la pecora traditrice! E non importa com’è il tempo, il Dio delle pecore smarrite non si arrende mai né interrompe la sua ricerca. Condivide il nome della sua pecora ai quattro venti, affinché essi possano sussurrarle che il pastore la sta cercando, lascia segni della sua presenza dove cammina affinché la pecore possa ricordare quanto sia amata, affronta i lupi e li sottomette a sé, perché il Dio delle pecore smarrite è capace di dare tutto, anche la sua vita, per loro…


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E non importa la sua condizione, quando questo Divino Pastore trova una pecora non le recriminerà nulla, è così felice di averla trovata che dimenticherà tutto, la chiama per nome e la riporta all’ovile sulle sue spalle. Questo è il Dio dei cristiani.

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Valerio Evangelista]

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