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“Aver confessato un omicidio mi ha salvato la vita”

Shutterstock / Nuno Monteiro

Portaluz - pubblicato il 17/10/16

Esteban Lee non era disposto ad andare all'inferno

Il Venerdì Santo del 2013, Esteban Lee Goff è salito sul suo furgone e ha iniziato a girare senza meta. Doveva pensare a molte cose. Per tre giorni ha girato accompagnato solo dai suoi pensieri, percorrendo una distanza di oltre 1.600 chilometri, dalla sua casa nel sud del New Jersey fino a Detroit, in Michigan, e ritorno.

“Nel percorso devo essermi fermato in una dozzina di chiese cattoliche. Quando da lontano vedevo i campanili e le croci che svettavano nel panorama mi sembrava che mi invitassero a entrare e pregare. Ero un cattolico battezzato, ma avevo perso la fede e mi ero allontanato da Dio da molti anni. Da qualche tempo, però, qualcosa mi pesava gravemente sulla coscienza, e per tutto quel fine settimana ho pregato chiedendo perdono e coraggio per concretizzare quello che avevo già deciso di fare”.

Il lunedì dopo la Pasqua si è quindi armato di coraggio, è entrato in un commissariato del New Jersey e si è costituito, confessando di essere stato lui ad aver ucciso “Ricky”, un suo amico, 23 anni prima.

“In un accesso d’ira…”

Quel giorno era il 1° aprile, per questo il giovane ufficiale di Polizia che si trovava all’accettazione non ha creduto a quella confessione, pensando che si trattasse di uno scherzo. Ma non era così.

Il 5 maggio 1990, a 18 anni, Esteban aveva ucciso il suo amico Ricky. Dopo aver rubato in alcune farmacie e in alcuni studi medici e veterinari in cerca di steroidi anabolizzanti, dai quali Esteban era dipendente, ebbero un’accesa discussione. “Quella notte ero pieno di collera perché avevano scoperto che eravamo io e Ricky a commettere quei furti. In un accesso d’ira lo pugnalai in un bosco dietro al luogo in cui vivevamo. Un anno e mezzo dopo un cacciatore trovò i suoi resti. La Polizia mi interrogò, naturalmente, ma non vennero mai trovate prove sufficienti per accusarmi formalmente del crimine. Ho ucciso un uomo e non mi hanno preso. Poi ho cambiato vita e non ho più avuto problemi con la legge. Mi sono dedicato al lavoro e conducevo una vita abbastanza buona, ho perfino avuto un figlio”.

Man mano che passavano gli anni, tuttavia, il peso nella sua coscienza è diventato insostenibile, al punto che è anche arrivato a temere erroneamente che Dio potesse punirlo togliendo la vita a suo figlio. “Anche se pensavo, sbagliando, che Dio fosse un giudice iracondo e implacabile, Egli ha usato il mio senso di colpa e il timore del castigo eterno per aiutarmi a cambiare il corso della mia vita”.

Il pentimento e un segno di Dio

Ha anche influito, ricorda, la morte di sua madre quasi un anno prima di aver confessato il delitto. “Ora sa che suo figlio ha ucciso un altro essere umano”, ha pensato mentre veniva sepolta, potenziando il suo pentimento e la necessità di riparare al male commesso.

“Ho anche iniziato a pensare alla madre di Ricky. Non aveva forse il diritto di sapere come fosse morto suo figlio? La signora stava invecchiando, e anche se non avrei potuto restituirle il figlio vivo avrei potuto almeno dare alla sua famiglia la soddisfazione di vedere che l’assassino di Ricky veniva assicurato alla giustizia”.

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confessione
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